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venerdì 15 gennaio 2016

Il flusso della vita

Se leggete il Tao Te Ching cominciate a intuire come la volontà viene rimpiazzata da una percezione del flusso. 
Quando ti alzi dal sedile del conducente, ti accorgi che la vita può guidare da sola, che, precisamente, la vita ha sempre guidato da sola. Quando ti alzi dal sedile del conducente, essa può guidare da sola molto più facilmente, può fluire in maniere che non avevi mai immaginato. 
La vita diventa quasi magica. Non c’è più l’illusione del me. La vita comincia a fluire e non sai mai dove ti porterà. [...] Esiste un nuovo modo di agire, e non prevede prendere questa o quella decisione, la decisione giusta o quella sbagliata. È più simile a navigare su un fiume. Senti dove si stanno muovendo gli eventi e senti qual è la cosa giusta da fare. È come un fiume che sa in quale direzione girare attorno alla roccia, se verso destra o verso sinistra. È una percezione del sapere intuitiva e innata. 
Questo tipo di flusso è sempre disponibile per noi, ma la maggior parte di noi è troppo persa nella complessità dei suoi pensieri per sentire che c’è un flusso di vita semplice e naturale. Ma al di sotto della confusione dei pensieri e delle emozioni, e al di sotto dell’attaccamento della volontà personale, c’è infine un flusso: il semplice movimento della vita.
Adyashanti

martedì 29 dicembre 2015

L'ARCHETIPO DELLA SPADA DALLA TRADIZIONE A STAR WARS

L'uomo ha da sempre riversato nella spada profondi significati che vanno ben oltre il suo utilizzo pratico. Essa in primo luogo ha gli scontati significati di difesa e di offesa da cui derivano quelli di dualismo tra il bene e il male, a seconda dell'uso che di essa si faceva. Per il suo uso, da tali concetti sono derivati il Codice Cavalleresco in Occidente ed il Bushido nell'estremo oriente, entrambi come Codici d'onore. La spada era un segno distintivo del Cavaliere del Samurai  e anche dello Jedi, essa è un “marchio” che contraddistingue gli iniziati guerrieri.
In questo senso la spada è il simbolo per antonomasia della condizione militare e delle virtù relative al coraggio; espressione di nobiltà, di forza virile, e di altezza morale. Essendo però simbolo di potere essa ha in se una dualità da un lato costruttiva di giustizia e dall'altro distruttiva di prevaricazione.
Nella tradizione cavalleresca, dunque, la spada se brandita da mani capaci e giuste esprime “forza benefica”; ma se cade in mani indegne ed impure può divenire “malefica”.
La sua dualità contiene il maschile e il femminile; il bene uniti in un unico oggetto. Da questa unione di opposti la spada trae la sua forza che può essere anche divina (Bibbia: “La spada dello spirito che è la parola di Dio” E.F. 16-17).

La spada, come simbolo della volontà divina, anima e protegge i giusti, punisce gli ingiusti e simboleggia il Verbo divino. Nell’Apocalisse di Giovanni è rappresentato il Verbo Personificato (il Cristo) dalla cui bocca fuoriesce una spada a doppio taglio i cui due fili taglienti stanno a significare il duplice potere di giustizia: combattere il “male” e difendere i “giusti” (Cfr. Bessi).
La spada come simbolo di Giustizia viene di solito raffigurata come una spada a doppio taglio.
Raimondo Lullo (Cfr."Libro dell’Ordine della Cavalleria”) scrive:
“al cavaliere si dà la spada, che nella forma è simile alla croce, per significare che, come N.S Gesù Cristo vinse sulla croce la morte, nella quale eravamo incorsi per il peccato di nostro padre Adamo, così il cavaliere dovrà con la spada sterminare i nemici della Croce. E poiché la spada ha due tagli e la Cavalleria è fatta per mantenere la giustizia, che consiste nel dare a ciascuno il suo, per questo la spada vuol dire che, per mezzo di essa, il cavaliere deve mantenere la Cavalleria e la Giustizia”.
La spada unita alla bilancia della Giustizia diviene simbolo di discernimento. Grazie alla ponderazionedella bilancia: la forza con il controllo. Cosi la spada è rappresentata anche nei Tarocchi di Wirth nell'Arcano VIII, la Giustizia. Questo Arcano richiama nelle fattezze l’Arcano III, l’Imperatrice, ovvero il simbolo dell’Idea Creatrice. La Giustizia è tuttavia una figura dura e severa, che agisce. La sua raffigurazione siede su un trono massiccio come il cubo d’oro dell’Arcano IV, l’Imperatore, col quale è in stretta relazione di significato. Mentre l’Imperatore è la personificazione del principio numerale generatore della vita la Giustizia ne concretizza l’autorità terrena.

La spada viene anche associata a elementi naturali di forza, come il fulmine, il fuoco o il sole che colpiscono e folgorano come la luce riflessa sull'acciaio della sua lama.
La lama, nella sua lucentezza è come un doppio specchio dove il cavaliere può vedere riflesse le sue virtù ed i suoi vizi, in una dualità che viene qui simboleggiata dalla duplicità del taglio.
Anche l’operare della spada è per certi versi analogo a quello della Luce, che contrasta le tenebree l’oscurità dell’ignoranza. La spada è purificatrice come il fuoco, la purificazione con essa avviene sia con il lungo ed estenuante apprendistato per conoscere i segreti del suo utilizzo in battaglia sia sia per l'acquisizione della fermezza d’animo nel colpire ed uccidere l'avversario. La cerimonia di consacrazione dei cavalieri occidentali avveniva infatti mediante l’imposizione della Spada da parte del Vescovo, significando la trasmissione attraverso l'arma della virtù divina al nuovo cavaliere.

Nella "Genesi", si narra che Dio avesse posto due cherubini armati di spade di fuoco a guardia del sentiero che conduceva all'Albero della Conoscenza.
Nella Cosmogonia orientale, una spada fiammeggiante fu posta in mano ad esseri spirituali chiamati Deva, che analogamente ai Cherubini nel giardino dell'Eden erano posti a "guardia" del Regno spirituale. Nell'antico testamento Adamo ed Eva furono cacciati dall'Eden da angeli armati di spade infuocate e gli angeli ribelli vennero precipitati dal Paradiso spinti da "lingue di fuoco".
Anche nella iconografia buddista la lama di fuoco è simbolo della lotta per la conquista della conoscenza e per la liberazione dai desideri materiali. E cosi è anche per la cultura induista, dove la spada di fuoco di Vishnu è simbolo di conoscenza ottenuta con il fuoco che rischiara dalle tenebre dell'ignoranza.
Nell' Apocalisse la spada rientra nella visione dei tre flagelli (guerra, pestilenza, carestia), con cui Dio manifesterà la sua potenza dopo la battaglia dell'Armageddon. La trilogia dei flagelli si trova anche nei libri cosiddetti di "Geremia" e di "Ezechiele", nei quali la spada infuocata simboleggia il potere del Logos divino e del Sole.
La spada fiammeggiante,è dunque un archetipo universale di energia spirituale espressa anche attraverso l'Elemento Fuoco.


Le spade mitologiche nella mitologia medievale hanno un nome proprio ad indicare una loro personalità che abbinata alle virtù di chi la impugna possono esprimere forza benefica. Ve ne sono innumerevoli (Aradonight - spada di Lancillotto.; Balisarda - spada di Ruggero; Caladbolg - spada di Fergus mac Róich; Claíomh Solais - spada di Nuada Airgeadlámh, re d'Irlanda; Colada - spada di el Cid; Cortana - Sspada di Edoardo il Confessore; Crocea Mors - spada di Giulio Cesare; Gramr (Balmung) (Nothung) - spada di Sigfrido; Hrunting e Naegling - spade di Beowulf , …) ma le più famosa sono senza dubbio Durindana di Orlando e Excalibur di Artù.

Durindana, secondo la tradizione del ciclo carolingio, è la spada di Orlando, paladino del re dei franchi Carlo Magno. Secondo la leggenda essa fu donata ad Orlando proprio da Carlo Magno. Nell’Orlando Furioso di Ariosto si narra che essa era molto antica e appartenne ad Ettore di Troia:
“Non porta spada né baston; che quando l'arme acquistò, che fu d'Ettor troiano, perché trovò che lor mancava il brando, gli convenne giurar (né giurò invano)che fin che non togliea quella d'Orlando, mai non porrebbe ad altra spada mano: Durindana ch'Almonte ebbe in gran stima, e Orlando or porta, Ettor portava prima.”
(canto XIV, 43)
Il nome Durindana, secondo alcuni deriverebbe dal latino durus (duro) oppure da "d'Orlandana, spada di Orlando".
Nella Chanson de Roland si narra, che Durindana contenesse nell'elsa diverse reliquie: un dente di San Pietro, il sangue di San Basilio, i capelli di San Dionigi e un pezzo di vestito della Vergine Maria; tali reliquie le conferivano un potere divino. Quando Orlando tentò di distruggere la spada a Roncisvalle per non farla cadere in mani nemiche, creò con l'impatto la Breccia di Orlando, nei Pirenei; la spada però, non si ruppe e Orlando la gettò allora in un fiume avvelenato. Secondo alcune leggende popolari, la spada si troverebbe ora a Rocamadour, in Francia.

Excalibur è probabilmente la più famosa spada magica nella tradizione occidentale, le sue vicende sono narrate nelle opere del ciclo bretone.
Excalibur è una delle spade mitologiche di Re Artù che fu l'unico uomo in grado di estrarla dalla roccia. Tuttavia occorre precisare che sebbene Excalibur venga oggi universalmente identificata con la spada nella roccia in alcune narrazioni le due spade distinte.
Anche l'etimologia del suo nome non è chiara si può fare risalire a due ceppi linguistici molto differenti: quello latino e quello celtico. Secondo l'etimologia latina Excalibur deriverebbe dal nome di un'antica popolazione di fabbri chiamati "Calibi" che l'avrebbero forgiata (letteralmente proveniente dai Calibi). Altre interpretazioni dal latino si rifanno alla sue doti di imporre la giustizia, dunque ex "calibro" cioè in perfetto equilibrio. Secondo l'etimologia celtica invece il suo nome deriverebbe da Caliburn, cioè "acciaio lucente" o "acciaio indistruttibile".
Excalibur non è l'unica “spada nella roccia”, ve n'è una in Italia nei pressi dell'abazzia di San Galgano. L'abazia gotica fu costruita in memoria di San Galgano, a Montesiepi (Chiusdino), vicino Siena. In una piccola cappella su una collina sovrastante si trova una spada conficcata nella roccia da cui fuoriesce soltanto l'elsa ed alcuni centimetri della lama formando la figura di una croce.
La vicenda leggendaria della spada di San Galgano è ricca di valenza simbolica. Galgano Guidotti rinunciò al dominio rappresentati dalla spada per dedicarsi totalmente alla croce, simbolo estremo d’amore, pace e rinunzia alla violenza, e mentre conficcava la spada nella roccia pronunciò la frase:
“In terram pro cruce spatam fixit”.
La forma a croce della spada nella roccia di San Galgano rimanda ad un altro aspetto simbolico della spada. Nel Medioevo tale croce formata dall’elsa fu fonte di diverse elaborazioni mistiche secondo le quali in tale forma dell'elsa con la lama si rispecchiavano i valori cristiani della cavalleria. Cosi nell'iconografia di diversi santi questi vengono raffigurati muniti di spada, che utilizzano in gloriose tenzoni con creature e nemici malefici. Secondo una leggenda Santa Caterina fa rinvenire sotto un altare a Giovanna d’Arco la spada con cui combattere per la libertà della Francia.
Il centro della croce è ciò che fonde, che amalgama, che mescola gli elementi in un equilibrio da cui scaturisce la vita. È l’opera divina, è il soffio di Dio sulla materia inerte, è il quinto elemento: il Vivificatore.

Così come in Occidente anche in Giappone troviamo “spade leggendarie”.
Anche la "katàna", la spada giapponese dei "samurai", secondo la tradiziona nipponica assolve alla duplice funzione di strumento di giustizia o di dispotismo a seconda dell'uso che se ne sarebbe fatto in combattimento.
Ama no Murakumo (天叢雲剣), tradotto Spada del Paradiso è una spada leggendaria di cui si parla nel testo mitologico giapponese “Koijiki”.
Secondo il mito nipponico, Susanoo (dio del mare e delle tempeste) un giorno si imbattè in una famiglia disperata per avere perso sette figlie sacrificate al malvagio mostro a otto teste Yamata no Orochi, che richiedeva vergini in sacrificio minacciando altrimenti la devastazione dell'intera provincia, era rimasta loro solo una figlia Kushinada e temevano ora per la sua vita. Susanoo si innamorò della giovinetta ed escogitò un piano per sconfiggere il mostro, in cambio della sua mano. Trasformò Kushinada in un pettine e ordinò che fossero raccolti otto barili di sake, da disporre di fronte alla casa della ragazza, dove il mostro si sarebbe presto recato per reclamare il sacrificio della vergine. Yamata no Orochi giunto a casa di Kushinada, trovò gli otto barili di sake e si ubriacò cadendo addormentato. Mentre dormiva Susanoo tagliò tutte e otto le teste del mostro uccidendolo.
Dopo avere tagliato le teste di Yamata no Orochi, il dio Susanoo iniziò a recidere le code del mostro, riuscì a tagliare le prime sette senza difficoltà, ma quando giunse all'ottava coda, la sua spada trovò qualcosa di estremamente duro; fu così che Susanoo trovò la spada Ama no Murakumo (detta anche Kusanagi).
Molti secoli dopo durante il regno dell'imperatore Keikō, la spada passò nelle mani del grande guerriero Yamato Takeru, come dono della zia, la principessa Yamato, Vergine del Tempio di Ise,
Yamato Takeru cadde però in un'imboscata ordita da un vile signore della guerra. che con delle frecce infuocate, intrappolò l'eroe in un cerchio di fuoco. Yamato Takeru cercò di usare la spada per impedire alle lingue di fuoco di raggiungerlo e scoprì in tal modo che l'arma leggendaria aveva il potere di dirigere l'aria ed il vento; creò dunque un passaggio tra le fiamme mettendosi in salvo. Da allora, Yamato Takeru chiamò la spada Kusanagi, cioè Spada Falciatrice d'Erba.

Secondo alcune tradizioni iniziatiche sia orientali che occidentali, il guerriero-cavaliere che porta la spada è in gradi di unire il fisico e lo spirituale, unendo l'essenza della spada a quella di se stesso in perfetto equilibrio. Solo chi riesce ad unire ed equlibrare questi aspetti potrà definirsi un guerriero.
Secondo tali concezioni la spada è rappresentazione dell'Uomo: il pomo è la testa; il manico è il collo, il paracolpi sono le spalle, il fodero è il corpo; la lama è la colonna vertebrale che racchiude l'anima e la punta è il coccige. (Cfr. Cuneo)
La lama simboleggia l'anima poiché è lucente e riflette la Luce del Sole Creatore.

In termini alchemici, la "spada de' filosofi" rappresenta il fuoco del crogiuolo ed è anche legata simbolicamente all'acqua ed alla figura del drago, intesa come derivazione dalla metamorfosi del fuoco.
Le leggende europee narrano di Exacalibur, spada sacra custodita in uno specchio d’acqua calma e limpida.
Ma anche qui ci troviamo di fronte ad un archetipo universale, infatti anche nella mitologia nipponica le spade venivano estratte dagli eroi dalle viscere dei draghi uccisi, oppure prelevate dal letto dei fiumi.
In tali leggende, se gettate in acque correnti, le spade sacre si trasformavano in draghi lucenti, e se conficcate nel terreno creavano fonti e laghi sacri.
Excalibur è custodita dalla Dama del lago, divinità pagana che si poteva intravedere negli specchi di acqua. La Dama donala spada all’uomo giusto che avrebbe usato la sua forza per la giustizia.

Andando a saghe e simbologie più "contemporanee" troviamo forti valori archetipi della spada in Star Wars.
La spada di un cavaliere Jedi è parte integrata di colui che la impugna, una estensione del cavaliere Jedi e della sua identità. E' un oggetto sacro che solo i cavalieri Jedi posso utilizzare in maniera efficace grazie alla Forza.  I Jedi essendo cavalieri appartengono a una ristrettissima elite di guerrieri mistici, dotati di un potere spirituale dato loro in dono dalla Forza. Le spade laser rimandano alla spada fiammeggiante con poteri soprannaturali. 
Le spade di Star Wars però non sono sempre portatrici di giustizia ma  proiezioni dell'identità morali dei cavalieri Jedi. come detto sopra posso essere portatrici di giustizia o di malvagità a seconda di chi le impugna. Si riscontra una analogia con il ciclo dell'anello del Nibelungo di Wagner. Nella Valchiria del ciclo dell'anello del Nibelungo, Siegmund trova la spada del padre, come accade a Luke e nel settimo episodio alla figlia di Luke. Sigmund perde mano e spada (per volontà del suo vero padre Wotan) nel suo scontro con Hunding in maniera analoga a Luke contro suo padre Dart Fener.  La spada di Siegmund dovrà essere riforgiata e il rinnovamento dell'arma è simbolo di presa di coscienza interiore del cavaliere come avviene anche in Star Wars dove  Luke deve ricostruire la propria spada in sostituzione di quella perduta nel suo processo di crescita per diventare Jedi. 

La spada  ha idunque molteplici significati simbolici, essa è  archetipo di forza (e se usata per il bene di giustizia) che si trova in tutte le culture e in tutte le epoche, dalla mitologia antica alle saghe moderne come Star Wars.

Gandolfo Dominici

Fonti:
  • Altomonte Athos A. - “Sulla Trasmutazione metallica” – Esonet
  • Bessi L. - "La Spada Sacra" un viaggio per il risveglio della coscienza - L'Archivio Editore, 1998
  • Bessi L. - "La spada Occidentale" Combattimento, arte sacra, iniziazione” - Castelvecchi, 2005
  • Biedermann H. - “Enciclopedia dei simbolo” - Bompiani, 1999.
  • Chevalier J. - “Dizionario dei simboli, ed. Rizzoli, 1986.
  • Cirlot E. - “Dizionario dei simboli” - Siad, 1988.
  • Corbetta G. - Magia della Spada- 
  • Cuneo M. - “La Spada. Un'arma aristocratica”
  • Durville H. - “Le armi e la magia” - Dioscuri, 1987.
  • Guènon R. - I Simboli della scienza sacra” - Adelphi, 1978
  • Lullo R. - "Il libro dell'ordine della cavalleria" - Arktos, 1994
  • Pegoraro P. - Simbologia della spada 
  • http://www.guerrestellari.net/athenaeum/influ_menuradici_spada.html
  • files.splinder.com/ea403c15d35078c3662bc90ee24bc47b.pdf

martedì 15 settembre 2015

La Magia di Faust

"FAUST. Filosofia, giurisprudenza, medicina e purtroppo anche teologia ho ormai studiato a fondo, ahimè! con faticoso ardore; ed ora eccomi qui, povero stolto, che ne so quanto prima.
Mi chiamano dottore, anzi professore, e sono già quasi dieci anni che di su, di giù, per diritto e per traverso io meno i miei scolari per il naso; e vedo che proprio nulla ci è dato di sapere! Per poco non ne avrò consunto il cuore!
È vero che ho più senno di tutti gli scipiti dottori, professori, scrivani e preti: io non son tormentato da scrupoli e da dubbi, non ho paura del diavolo e dell'inferno.
 Ma in cambio mi è tolta anche ogni gioia; io non m'illudo di sapere qualcosa di vero, io non m'illudo di poter insegnare qualcosa, per migliorare e convertire gli uomini; io non ho poi né beni, né denaro, né onori, né pompa mondana. Nemmeno un cane potrebbe vivere più a lungo così! Perciò mi son dato alla magia: chissà che per forza e per bocca di uno spirito qualche segreto non mi possa essere svelato, e ch'io non debba più parlare con sudata fatica di quello che non so, e conosca alfine ciò che nell'intimo tiene insieme il mondo, e veda ogni forza creatrice ed ogni seme, e non cavilli più sulle parole."
Johann Wolfgang von Goethe, Urfaust (Il Faust nella sua forma originaria), traduzione di C. Baseggio, UTET, 1955.

giovedì 25 giugno 2015

Le Nozze Alchemiche


"Io invoco il grande Eros, fonte di soave delizia,
santo e puro, e amabile alla vista;arciere alato, desiderio ardente impetuoso,che giochi con gli Dei e i mortali, errante fuoco […]"

Thomas Taylor, trans. (1792) The Hymns of Orpheus, p.189



Al volgere dell’ultima parte di maggio entriamo nel segno astrologico dei Gemelli. I Gemelli nella tradizione misterica occidentale sono associati alla carta degli Amanti nei tarocchi. Le immagini tradizionali di questa carta mostrano una coppia che sta in piedi sotto Eros in una cerimonia di unione.
L’Amante e la Stella, rappresentano l’uno l’affettività e l’altro la speranza, come se questi due valori fossero il perno attorno al quale gravitano tutti gli altri, messi in campo dall’abbinamento degli altri arcani maggiori.

     Un giovane uomo è al centro del VI arcano, vestito di una tunica a bande verticali azzurre, rosse e gialle. Due donne lo affiancano: alla sua sinistra una donna bionda avvolta in un abito azzurro e in una cappa azzurra dai bordi rossi dirige la mano sinistra verso il petto del giovane, mentre la palma dell’altra mano si volge verso il basso.

     A destra dell’amante una donna vestita di un abito rosso a grandi maniche azzurre, coi capelli azzurri sormontati da una specie di pettinatura o corona gialla posa la sua mano destra sulla spalla destra del giovane e apre l’altra in direzione del terreno.


     La prima delle due donne è seducente, la seconda, dal lungo naso, ha l’aspetto severo e senile, ma è lei che il giovane guarda. Sopra di lui, un Cupido dalle ali azzurre è al centro di un cerchio solare dai raggi azzurri, gialli e rossi; tiene in mano un arco e una freccia bianca che dirige verso i due giovani.

Le interpretazioni della'arcano appaiono numerose: l’amante esprime la scelta giudiziosa e difficile a farsi; il libero arbitrio, il contraccolpo traumatico; l’accordo o il disaccordo; la prova, la determinazione della volontà; l’esame e l’incertezza; la tentazione pericolosa.

Gli Amanti rappresentano il fondamentale desiderio umano di un’unità con quello che non è il proprio Sé; ma per fare questo abbiamo ben bisogno di unire le disparate parti di se stessi. Così come un’unione esteriore, gli Amanti possono rappresentare un’unione interiore tra l’ego, la parte di noi stessi che pensiamo come “me”, e il Sé più profondo che comprende tutto ciò che siamo, sia il bene che il male.

Ma questo arcano rappresenta anche i valori affettivi e la proiezione della doppia immagine che l’uomo ha della donna. Non una semplice femmina ma la Venere dei crocicchi, ispiratrice di amore carnale o platonico, che non cessa di rivestire forme molteplici di fronte alle quali l’uomo esita perché in fondo non conosce se stesso. 

      L’uomo, sia che nasconda un conflitto inespresso, sia che esiti di fronte ai termini di un conflitto che sta emergendo, deve prima di tutto realizzare la presa di coscienza esauriente degli elementi che lo lacerano, poi la loro ricerca obbiettiva, cioè l’accesso a una posizione che lo renderà indipendente nei loro confronti.


     Solo a questo punto, è possibile una sintesi costruttiva: tale è la dialettica fondamentale di ogni progresso della coscienza. E tale è una delle lezioni simboliche date dagli amanti, portatori dell’ego affettivo di fronte al quale si pongono e nel quale si risolvono tutte le nostre scelte.

Lo scopo della ricerca spirituale è trovare noi stessi, chi e cosa in realtà noi siamo la strada nel labirinto interiore, il V.I.T.R.I.O.L. (Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem) della ricerca alchemica. Ciò si può ottenere evolvendo verso la ricerca di noi stessi tramite l'unione con figure "risonanti" con il nostro Sè. Gli Amanti dunque simboleggiano l’auto-accettazione e il viaggio verso la nostra essenza interiora (occultum lapidem). 

Auto-accettazione non significa non voler cambiare e crescere. Possiamo accettare quello che siamo e contemporaneamente evolvere e crescere, in armonia con la nostra vera natura interiore.

Per conseguire le nozze alchemiche (interiori) dobbiamo attraversare l’insidioso passaggio tra quelli che Jung chiamava Scilla e Cariddi del rigonfiarsi dell’ego – pensare che siamo più importanti e speciali di quanto siamo; e del suo sgonfiarsi – credere che siamo guasti e inferiori agli altri. Scilla e Cariddi appaiono nei canti dell’antico poeta greco pagano Omero ed erano una secca rocciosa e un gorgo sulle coste opposte dello stretto di Messina, tra la Sicilia e l’Italia continentale. Occorreva coraggio e abilità per navigare fra di essi senza schiantarsi sulle rocce di Scilla o essere risucchiati nelle profondità marine di Cariddi. Nel nostro viaggio spirituale anche noi dobbiamo navigare attraverso questo insidioso passaggio; una via di mezzo, tra l’accettazione di noi stessi per come siamo, senza dover essere trascinati a pensare di essere migliori o peggiori degli altri. Dobbiamo “unire in matrimonio” questi due aspetti – inferiorità e superiorità – finché alla fine ci vedremo per ciò che realmente siamo.

Il matrimonio interiore è dunque la trasmutazione alchemica del piombo alla base della personalità nell’oro spirituale. Jung definisce questo processo come “individuazione”, cioè il superamento delle false immagini di noi stessi create dall’ambiente, dalle immagini proiettive dei nostri genitori, insegnanti, amici e amanti. Svelando il volto dietro la maschera protettiva che mettiamo per affrontare il mondo per  affrontare l’Ombra, interiore (Interiora Terrae). Per fare cioè occorre ottenere la consapevolezza di quegli aspetti di noi stessi che abbiamo proiettato sugli altri. Questa presa di coscienza non è sempre indolore e può causare cambiamenti anche difficili delle relazioni.  Possiamo scoprire che gli altri non sono le persone noi pensavamo di essere. A volte scopriamo che le relazioni e le attività che ci soddisfacevano in passato non sono più appropriate per lo stadio successivo del nostro viaggio. Dobbiamo tornare indietro e ricominciare.

Occorre riconoscere l’ambiguità della carta degli Amanti. La divinità che la presiede, Eros o Cupido, tiene nelle sue mani un arco curvo e appuntito. L’amore è inevitabilmente doloroso e porta con sé la paura di perdere ciò che abbiamo. È una naturale tendenza umana cercare rifugio nella sicurezza di ciò che conosciamo. 

Noi temiamo l’ignoto e il cambiamento. Ma se confidiamo nel processo di cambiamento interiore, se lo attraversiamo e andiamo oltre, scopriamo di essere più grandi e più ricchi di quanto pensavamo.

Gli Amanti possono simboleggiare il nostro amore verso qualcosa di più grande e più profondo che ci porta oltre i nostri desideri e i nostri interessi personali: il piombo diventa oro.

Fonti:
–Carl G. Jung (1916/1928/1935). The relations between the ego and the unconscious. In C. G. Jung (1966 ed.), The collected works of C. G. Jung, vol. 7. London: Routledge & Kegan Paul. p. 178; para. 275.

- http://www.patheos.com/blogs/viviannecrowley/2013/05/the-alchemical-marriage/
- http://www.cumpagniadiventemigliusi.it/Eptagramma/EPTAGRAMMA.htm

sabato 29 novembre 2014

L'UOMO DIFFERENZIATO NON È ADEPTO

E' credibile oggi la trasmissione di una qualunque forma di iniziazione da parte di guru, o gruppi organizzati  ai propri adepti?
Questo tema già nello scorso secolo fu oggetto di discussione tra Renè Guènon, fautore del tentativo di ripristino  della catena iniziatica, e Julius Evola che riteneva vano ogni sforzo in tal senso. 

Sposando l'idea di Evola ritengo che la ricostruzione della catena iniziatica nell'attuale era della modernità positivista e illuministica sia impossibile. La catena si è spezzata e la fucina non ha la giusta temperatura per forgiarne una nuova. 

Né tanto meno il conformismo richiesto all'adepto, aspirante iniziato, è compatibile con la libertà del vero iniziato che nel positivismo dilagante non può che essere un "uomo differenziato".

L'uomo differenziato guarda alla qualità e non alla quantità,  egli rifugge dalla massa e dal conformarsi.  
Anche quando egli convive con la massa lo fa con finalità vere e diverse, lo fa per "cavalcare la tigre".

L’uomo differenziato,  diversamente dall'adepto, combatte contro il conformismo omologante, contro la mediocrità spirituale e morale. Mentre per l'adepto l'appartenenza è il fine, per l'uomo differenziato l'appartenenza è una gabbia che lo ostacola nel suo cammino verso la sua missione. 

L’uomo differenziato trova dentro di se la forza per stare "in piedi tra le rovine" della società moderna, non ha bisogno di  guru, di pastori di greggi; egli ha la forza di uscire dal gruppo e seguire la sua via interiore.. "in piedi" mentre gli altri giacciono.

L’uomo differenziato segue il suo cammino iniziatico anche da solo, è anticonformista e guerriero. Si muove nel mondo "cavalcando la tigre" per non essere sbranato da questa ma con il fine di aspettare che si stanchi e ucciderla al momento giusto. Lungo il suo cammino iniziatico l’uomo differenziato, si mette consapevolmente in gioco per ottenere il suo scopo che non è "mondano" , ma spirituale . 

Percorrendo la via iniziatica l’uomo differenziato conosce se stesso e lo spirito universale che in egli alberga.  Eroicamente egli si impegna  per costruire una realtà diversa anche nel mondo che solo in apparenza dietro al "velo di Maya"  appare esteriore e duale. 
All'adepto la presunta via iniziatica rimane nascosta poiché essa viene "ri-velata" da altri ; diversamente  l'uomo differenziato , invece, basandosi su quanto egli "s-vela" in se stesso porta la trasformazione iniziatica a compimento.  

Di Gandolfo Dominici

lunedì 16 giugno 2014

La razza spirituale

Una sintesi tratta dal più controverso libro di Julius Evola "Sintesi di dottrina della razza" per le cui idee fu ingiustamente arrestato per apologia del fascismo, accusa dalla quale fu assolto con formula piena nel 1951.
Il "razzismo" di Evola nulla ha a che vedere con le teorie genetiste e materialiste del Lombroso prima e del nazismo poi.
Quello di Evola è il razzismo dello spirito, delle differenze innate di ordine superiore (come in Jung) e della responsabilità personale contro il modernismo positivista dell'illuminismo che in nome di una presunta eguaglianza cancella le differenze rendendo l'uomo un numero le cui azioni sono determinate dal contesto esterno anziché dalle virtù interne.
La seguente sintesi illustra brevemente il concetto di razza dello spirito come caratteristica e responsabilità che con forza dirompente si scaglia contro i dogmi della modernità.


Le condizioni esterne possono, sì, propiziare o ostacolare lo sviluppo delle disposizioni innate, ma nessuna forza dell'ambiente, nessuna forza agente dall'esterno, sia essa di natura materiale o morale, è capace di trasformare la più intima essenza dell'uomo. 
Il caso estremo è quello in cui le condizioni esterne vadano a determinare una differente forma di apparire di un dato tipo: forma che però scompare quando le condizioni normali siano ripristinate.  Ma se cosi stanno le cose, il valore di ciascuno, sia nel bene che nel male, lungi dall'esser l'effetto di un ambiente buono o cattivo, procede da qualità ereditate correlative ad un dato sangue e ad una data razza e poi, più in particolare, alle specificazioni che l'uno e l'altra subiscono nelle diramazioni che conducono fino al singolo. Le conseguenze di tale nuovo punto di viste nel campo pedagogico, sociale e anche giuridico sono cosi palesi, che qui è inutile sottolinearle. 
E questa è la via che, se intelligentemente seguita, può condurre ad un pieno superamento di molti miti ancora vigenti e a molte utopie della mentalità democratica, con conferma dei valori della personalità; questi valori, infatti, svaporano dovunque non si possa parlare di una responsabilità, di una natura propria, di un interno destino. 
Abbiamo detto «se intelligentemente seguita», poiché anche qui l'esperienza ci mostra che i razzisti, quando mancano di adeguati principii d'ordine tradizionale, possono finire in svolte pericolose. Tale è il caso quando, per via di una assunzione scientista delle leggi dell'eredità e di una interpretazione quanto mai unilaterale e materialistica dell'eredità stessa, all'azione meccanica dell'ambiente si va a sostituire il fatalismo dell'eredità, le "vittime dell'ambiente" facendo posto alle vittime o ai gratuiti eredi di determinismi atavici retrocedenti nell'oscurità dei tempi.

 Razzista, a suo modo, a questa stregua, sarebbe stato già l'ebreo Lombroso, con la sua nota teoria del delinquente nato irresponsabile perché esemplare superstite di una razza o tipo biologicamente ben definibile atavicamente spinto ad azioni criminali. [...]
Qui ci limitiamo a dire che il concetto di eredità è sì naturalmente inseparabile da quello di razza e che la concezione moderna delle qualità razziali non è, come nella vecchia antropologia, quella di caratteristiche astratte tipiche per un dato gruppo numerico di individui, ma quella di caratteristiche ereditarie; purtuttavia razza ed eredità non sono da concepirsi come determinismi naturalistici, ma — essenzialmente — come forze, come potenzialità, come energie formatrici dall'interno e, in una certa misura, perfino dall'alto.
Julius Evola "Sintesi della Dottrina della Razza" - 1978 (I ed. 1941) - AR, pp. 24-25

lunedì 6 gennaio 2014

Storia della Morte nei Tarocchi

Storia della Morte dei Tarocchi (Tarocchi Raide-Waite)


Il Matto, avendo lasciato l'albero a cui era appeso, si muove con cautela in un maggese. L'aria è fredda gli alberi spogli. Sa di avere iniziato il suo viaggio spirituale con serietà, ma si sente stranamente vuoto e triste, come se avesse perso qualcosa. 

Davanti a se scorge, sorgere con il sole, uno scheletro in armatura nera che cavalca un cavallo bianco. Lo riconosce come la Morte. 

Quando questa si ferma dinanzi a lui, egli domanda umilmente: 
"Sono morto?" 
E lo scheletro risponde 
"Si in un certo senso. Tu hai sacrificato il tuo vecchio mondo, il tuo vecchio te stesso. Entrambi sono morti."

Il Matto non riesce a trattenere il pianto 
"Perdonami" 
dice imbarazzato dalle sue lacrime. 

"Non c'è nulla da perdonare." 
Risponde la Morte 
"La tristezza è naturale e devi affrontare la tua perdita prima di potere accettare qualcosa di nuovo. Mettiti in testa, comunque, che le foglie vecchie devono seccarsi e volare via dai rami dell'albero, lasciandolo spoglio, prima che possano apparire nuove foglie verdi".

Non appena la Morte cavalca via, il Matto vede la verità nelle sue parole. Anche lui si sente come uno scheletro, spoglio di tutto. 
Questo, ora comprende, è come ogni grande trasformazione ha inizio, rimuovendo tutto fino all'osso così che qualcosa di nuovo possa crescere.

domenica 22 settembre 2013

Risvegli

“Io nacqui ogni mattina 
ogni mio risveglio 
fu come un’improvvisa 
nascita alla luce. 
… Dove giacqui, rinacqui...” 
[Gabriele D'Annunzio in: Maja, I risvegli]

Camminare nel bosco

“… Camminare tra le creature vegetali … 
sorprenderne il pensiero occulto e 
indovinare il sentimento muto che regna 
sotto le scorze … contemplare … la 
natura con tale continuità da giungere a 
riprodurre in me il palpito … di tutto ciò 
che è creato … Non è questa, forse, una 
vita superiore? …” 
[Gabriele D'Annunzio ne: Il trionfo della morte] 

mercoledì 4 settembre 2013

NATURALE E SOPRANNATURALE, REALE ED IRREALE...


Comunemente pensiamo che il naturale sia reale e il soprannaturale sia irreale... questo può essere vero, ma non sempre...
Solitamente definiamo Naturale è ciò che noi comunemente percepiamo e capiamo... mentre soprannaturale definiamo ciò che 'normalmente' non percepiamo e non capiamo... ma noi non percepiamo e non capiamo tutto il reale... dunque potremmo definire soprannaturale anche ciò che è reale ma è al di fuori del campo della nostra percezione e comprensione.
G.D. 

venerdì 10 maggio 2013

Il percorso iniziatico del "Labirinto del Fauno"


"Il Labirinto del Fauno" (titolo originale "El laberinto del fauno") scritto e diretto da Guillermo del Torro,  è un film con profondi significati che racconta la storia di una ragazzina (Ofelia) in fuga dalla crudeltà del franchismo spagnolo. Sia la storia in se che l'ambientazione e le scene sono ricche di simboli archetipi che forniscono diversi livelli di lettura "per chi ha orecchie". 
Il percorso iniziatico di illuminazione comincia con un misterioso monumento che rappresenta un fauno privo di un occhio. Ofelia trova l'occhio mancante e lo mette al suo posto. Un fatina volante allora appare ... il percorso può avere inizio... ora ha "occhi per vedere" le verità nascoste. L'importanza dell'occhio come simbolo archetipo è alquanto ovvia e ben descritta dal mito di Horus a cui Toth restituisce l'occhio. Mentre l'occhio destro può essere associato alla percezione maschile e concreta, quello sinistro, femminile, percepisce il mondo spirituale. Restituendo l'occhio alla statua, Ofelia bilancia i due aspetti rendendo possibile l'inizio della trasmutazione. 

Per andare avanti nel suo percorso Ofelia dovrà riuscire ad emanciparsi dal suo patrigno il fascista Capitano Vidal, uomo duro e materialista ossessionato dal tempo e dalle regole materiali. Vidal viene spesso mostrato a regolare e osservare il suo orologio... il tempo (Krono) è la principale limitazione del mondo materiale, da cui Ofelia si dovrà affrancare per procedere verso la trasmutazione spirituale nel suo percorso iniziatico.
Ofelia viene dunque guidata da una fata verso un labirinto dove incontra il Fauno (Pan). 

Il fauno è rappresentato come il dio greco Pan, archetipo di energia naturale, dall'apparenza diabolica (secondo i nostri stereotipi odierni creati dalla Chiesa per contrastare il culto pagano) ma in realtà una guida positiva lungo il percorso iniziatico di Ofelia. 
Il labirinto è luogo archetipo di iniziazione in tutti culti  e le epoche (incluso quello cristiano come testimoniato dalla presenza di tale simbolo nelle cattedrali). Esso rappresenta il peregrinare dell'uomo verso la ricerca del proprio centro (VITRIOL).

Il primo compito che il Fauno assegna a Ofelia è di riprendere una chiave che è stata presa da un rospo gigante che sta succhiando la vita da un antico albero. L'albero ha la forma di un utero, il suo interno è umido. il ritorno all'utero è un chiaro richiamo al principio femminile e alla rinascita iniziatica.

La seconda missione di Ofelia è di recuperare una daga da un mostruoso uomo pallido. L'uomo pallido siede ad un banchetto da cui Ofelia non dovrà mangiare nulla. Nella casa del mostruoso uomo pallido Ofelia vede una rappresentazione dell'uomo che divora dei bambini, chiaro richiamo a Krono (come il patrigno Vidal). L'uomo pallido vede solo mettendo dei bulbi oculari nelle sue mani , a rappresentare che vede solo ciò che tocca. Ofelia recupera la daga ma non resiste alla tentazione e mangia un frutto (che rappresenta il possesso accumulato dall'uomo pallido) , il mostro si sveglia e mette i bulbi oculari sulle sue mani per catturare Ofelia che fugge. 

Il fauno è furioso con Ofelia per avere ceduto alla tentazione del mondo materiale e mette dunque in dubbio la prosecuzione del suo percorso verso l'immortalità. La lascia pertanto nel freddo del mondo reale dove Ofelia vede tormenti, guerra e tristezza. 

Poco dopo la morte della madre di Ofelia il Fauno riappare e le permette di proseguire il suo cammino iniziatico in cambio della sua totale obbedienza. 

Il compito finale di Ofelia è di portare il suo neonato fratellino nel labirinto durante il plenilunio. Ofelia deve dunque rapire il bambino dal padre Vidal, per farlo droga il patrigno e corre verso il labirinto dove il fauno la attende. 
Il fauno chiede a Ofelia di dargli il bambino cosi che lui possa prendere il suo sangue con la daga, ma Ofelia rifiuta. Il Fauno si arrabbia e le ricorda la promessa di totale obbedienza, ma lei ancora rifiuta. a questo punto il capitano Vidal trova Ofelia e la vede parlare da sola (lui non può vedere il fauno), le strappa il figlio e le spara. 
Il sangue di Ofelia cade nel labirinto, portando così a compimento il compito finale richiesto per l'iniziazione: il sacrificio di se stessi.

Mentre il corpo di Ofelia giace per terra nel sangue, lei è anche in un altro mondo sotterraneo con i suoi veri genitori. La sua iniziazione è avvenuta.
Il luogo sotterraneo dove si trova ha la forma di una Vescica Piscis (archetipo della vulva) ingresso verso un nuovo mondo di rinascita. Vi sono tre colonne su cui siedono il Padre, La Madre e dove dovrà sedere lei (Figlio) per completare la trinità.
Il fauno si congratula con Ofelia dicendole che ha fatto bene a proteggere il fratellino sacrificando la propria vita. Infatti il sacrificio è necessario per la rinascita iniziatica. 
Allora Ofelia è nuovamente mostrata insanguinata per terra, lasciando aperta la domanda se ciò sia reale o frutto dell'immaginazione della ragazzina. 

In conclusione il Labirinto del Fauno descrive il percorso di una ragazzina che non è capace di affrontare le difficoltà del mondo reale e fugge in un mondo magico . Questo mondo però non è solo nella fantasia della ragazzina, come si evince ad esempio dalla mandragola che il fauno da ad Ofelia per curare la madre, che guarisce fino a quando non la trova sotto il letto e le getta via... ricadendo dopo poco nella malattia e morendo. 

Una peculiarità di questo percorso è che la trasmutazione di Ofelia avviene nel buio, nella vulva lunare e non nel sole e nella luce. Scendendo all'interno del labirinto per poi trovare l'uscita.

G.D.



mercoledì 16 maggio 2012

Iniziazione ed ecclesia

Le ecclesie propongono ciascuna una propria VIA verso l'elevazione, la salvezza, etc.
Non esiste LA VIA ma LE VIE che sono infinite. La Via che le varie ecclesie propongono è una loro via unica... standardizzata e quindi fallace, piramidale (capovolta ovviamente), controiniziatica...
Dipende dunque da cosa si intende per "INIZIATO".
Nelle ecclesie si ritiene iniziato chi entra nel gregge, mediante un rito esteriore e/o una tessera, per esercitare l'obbedienza a un pastore.
Per me invece Iniziato è chi esce dal gregge perchè ha "Iniziato" a camminare da solo verso la gnosi di se stesso (γνῶθι σαυτόν)...
Questione di punti di vista, ma forse non solo... questione di potere magari!...
Tuttavia forse è vero nel gregge si è più felici, rassicurati, ci si sente protetti come Adamo nell'Eden prima di mangiare il frutto della conoscenza!

G. D.

domenica 15 aprile 2012

I SETTE SERMONI C.G.Jung

La casa della morte, William Blake
Sermone I
I morti erano di ritorno da Gerusalemme, dove non avevano trovato ciò che cercavano. Mi pregarono di lasciarli entrare e implorarono il mio verbo, e così iniziai il mio insegnamento:
Ascoltate: io inizio dal nulla. Il nulla è uguale alla pienezza. Nell'infinito il pieno è come il vuoto. Il nulla è vuoto e pieno. Potreste dire altrettanto bene qualche altra cosa del nulla, per esempio che è bianco e nero o che non è o che è. Una cosa infinita ed eterna non ha alcuna qualità poichè ha tutte le qualità.
Noi chiamiamo il nulla o la pienezza il PLEROMA. In esso sia il pensiero che l'essere cessano, poichè l'eterno e infinito non possiede qualità. In esso non c'è essere, perchè allora sarebbe distinto dal pleroma, e possiederebbe qualità che lo distinguerebbero come un che di diverso dal pleroma.
Nel pleroma c'è nulla e tutto. Non giova riflettere sul pleroma, perchè ciò significherebbe autodissolversi.
La CREATURA non è nel pleroma ma in se stessa. Il pleroma è inizio e fine della creatura. La pervade come la luce del sole pervade l'aria dovunque. Benchè il pleroma pervada interamente, pure la creatura non ha parte in questo, come un corpo completamente trasparente non diventa ne' chiaro ne' scuro per via della luce che lo pervade.
Noi siamo però il pleroma stesso, poichè siamo una parte dell'eterno e infinito. Ma non ne siamo parte, perchè siamo infinitamente lontani dal pleroma, non spazialmente o temporalmente ma ESSENZIALMENTE, in quanto siamo distinti dal pleroma nella nostra essenza di creatura, confinata nel tempo e nello spazio.
Ma poichè siamo parti del pleroma, il pleroma è anche in noi. Infinito, eterno e intero è il pleroma anche nel punto più piccolo, poichè piccolo e grande sono qualità in esso contenute. Esso è il nulla che è dovunque intero e continuo. Solo figurativamente quindi io parlo della creatura come parte del pleroma, perchè in effetti il pleroma non è diviso in nessuna parte, essendo il nulla. Noi siamo anche l'intero pleroma perchè, figurativamente, il pleroma è il punto più piccolo (immaginato soltanto, non esistente) in noi e l'illimitato firmamento intorno a noi. Ma perchè mai parliamo allora del pleroma, dal mometo che esso è tutto e nulla?
Ne parlo per avere un qualsiasi punto d'inizio, e per liberarvi dall'illusione che in qualche luogo, fuori o dentro, vi sia un qualcosa di fermo o in qualche modo di stabilito fin dall'inizio. Ogni cosa cosiddetta fissa e certa è soltanto relativa. Soltanto ciò che è soggetto a mutare è fisso e certo.
Ciò che è mutevole però è la creatura, quindi essa è l'unica cosa fissa e certa; perchè ha delle qualità, ed è anzi qualità essa stessa.
E a questo punto domandiamoci: come fu originata la creatura? Le creature hanno origine, ma non la creatura, perchè essa è la qualità del pleroma stesso, così come la non-creazione, la morte eterna. In ogni tempo e luogo c'è creatura, in ogni tempo e luogo c'è morte. Il pleroma ha tutto, distinzione e indistinzione.
La distinzione è la creatura. Essa è distinta. La distinzione è la sua essenza, e perciò essa distingue. Di conseguenza l'uomo distingue perchè la sua natura è la distinzione. Perciò egli distingue anche le qualità del pleroma che non esistono. Le distingue fuori dalla sua natura. Quindi l'uomo deve parlare delle qualità del pleroma che non esistono.
A che serve parlarne, direte? Hai detto tu stesso che è vana cosa ragionare sul pleroma!
Vi ho detto questo per liberarvi dall'illusione che si possa riflettere sul pleroma. Quando noi distinguiamo le qualità del pleroma parliamo in base alla nostra distinzione e a proposito della nostra distinzione, ma non diciamo nulla circa il pleroma. Della nostra distinzione, però, è necessario parlare, affinchè possiamo distinguere a sufficienza noi stessi. La nostra natura è distinzione. Se non siamo fedeli a questa natura non distinguiamo abbastanza noi stessi. Perciò dobbiamo fare distinzioni delle qualità.

Sermone II
Nella notte i morti stavano lungo i muri e gridavano: Vogliamo sapere di Dio. Dov'è Dio? Dio è morto?
Dio non è morto, egli vive come sempre. Dio è creatura, perchè è qualcosa di definito e quindi distinto dal pleroma. Dio è qualità del pleroma, e tutto ciò che ho detto della creatura vale anche per lui.
Egli è tuttavia distinto dalla creatura perchè è molto più indefinito e indeterminabile di lei. E' meno distinto della creatura perchè la base del suo essere è pienezza effettiva. Solo nella misura in cui è definito e distinto egli è creatura, e in questa misura è la manifestazione della pienezza effettiva del pleroma.
Tutto ciò che noi non distinguiamo cade nel pleroma e si annulla col suo opposto. Perciò, se non distinguiamo Dio, la pienezza effettiva è estinta in noi.
Dio è anche il pleroma stesso, così come ogni più piccolo punto nel creato e nell'increato è il pleroma stesso.
Il vuoto effettiivo è la natura del demonio. Dio e demonio sono le prime manifestazioni del nulla che chiamiamo pleroma. E' indifferente se il pleroma è o non è, poichè si annulla in ogni cosa. Non così la creatura. Nella misura in cui Dio e demonio sono creature, non si eliminano l'un l'altro, ma stanno l'uno contro l'altro come opposti effettivi. Non abbiamo bisogno di provare la loro esistenza, basta il fatto che dobbiamo sempre parlarne. Anche se entrambi non fossero, la creatura tornerebbe sempre a distinguerli dal pleroma partendo dalla sua natura di distinzione.
Tutto ciò che la distinzione estrae dal pleroma è una coppia di opposti. Perciò a Dio appartiene sempre anche il demonio.
Questa inseparabilità è così intima e, come avete appreso, così indissolubile anche nella nostra vita come lo è il pleroma stesso. Ciò deriva dal fatto che entrambi sono vicinissimi al pleroma, nel quale tutti gli opposti si annullano e unificano.
Dio e il demonio sono distinti mediante pieno e vuoto, generazione e distruzione. L'EFFETTIVITA' è comune a entrambi. L'effettività li unisce. Quindi l'effettività è al di sopra di loro ed è un Dio sopra Dio, poichè nel suo effetto unisce pienezza e vuotezza.
Questo è un Dio che voi non avete conosciuto, perchè gli uomini lo hanno dimenticato. Noi lo chiamiamo col nome suo ABRAXAS. Esso è più indistinto ancora di Dio e del demonio.
Per distinguere Dio da lui, chiamiamo Dio Helios o sole.
Abraxas è effetto. Niente gli sta opposto se non l'ineffettivo; perciò la sua natura effettiva si dispiega liberamente. L'inefettivo non è, e non resiste. Abraxas sta al di sopra del sole e al di sopra del demonio. E' probabilità improbabile, realtà irreale. Se il pleroma avesse un essere, Abraxas sarebbe la sua manifestazione.
E' l'effettivo stesso, non un effetto particolare, ma effetto in generale.
E' realtà irreale perchè non ha effetto definito.
E' anche creatura perchè è distinto dal pleroma.
Il sole ha un effetto definito, e così pure il demonio. E quindi ci appaiono molto più effettivi di Abraxas ch'è indefinito.
E' forza, durata, mutamento.
A questo punto i morti fecero un grande tumulto, perchè erano cristiani.

Sermone III
Come brume sorgenti da una palude i morti si accostarono e implorarono: parlaci ancora del Dio supremo.
Abraxas è il Dio duro a conoscere. Il suo potere è il più grande perché l'uomo non lo vede. Del sole egli vede il summum bonum, del demonio l'infimum malum; ma di Abraxas la VITA, indefinita sotto tutti gli aspetti, che è la madre del bene e del male.
Più esile e debole appare la vita rispetto al summum bonum; perciò anche è difficile concepire che Abraxas trascenda in potenza perfino il sole, che è la fonte radiosa di ogni forza vitale.
Abraxas è il sole, e al tempo stesso la gola eternamente succhiante del vuoto, di ciò che sminuisce e smembra, del demonio.
Duplice è il potere di Abraxas. Ma voi non lo vedete, perché ai vostri occhi gli opposti in conflitto di questo potere si annullano.
Ciò che il Dio sole dice è vita.
Ciò che il demonio dice è morte.
Ma Abraxas pronuncia la parola santificata e maledetta che è vita e morte insieme.
Abraxas genera verità e menzogna, bene e male, luce e tenebra, nella stessa parola e nello stesso atto. Perciò Abraxas è terribile.
E' splendido come il leone nell'attimo in cui abbatte la preda. E' bello come un giorno di primavera.
Si, è il grande Pan in persona e anche il piccolo. E' Priapo.
E' il mostro del mondo sotterraneo, un polipo dalle mille braccia, nodo intricato di serpenti alati, frenesia.
E' l'ermafrodito del primissimo inizio.
E' il signore dei rospi e delle rane che vivono nell'acqua e calpestano la terra, che cantano in coro a mezzogiorno e a mezzanotte.
E' la pienezza che si unisce col vuoto.
E' il santo accoppiamento,
E' l'amore e il suo assassinio,
E' il santo e il suo traditore,
E' la luce più splendente del giorno e la notte più oscura della follia,
Vederlo significa cecità,
Conoscerlo è malattia,
Adorarlo è morte,
Temerlo è saggezza,
Non resistergli è redenzione.
Dio dimora dietro il sole, il demonio dietro la notte.
Ciò che Dio genera dalla luce, il demonio lo spinge nella notte. Ma Abraxas è il mondo, il suo divenire e il suo passare. Su ogni dono del Dio sole il demonio getta la sua maledizione.
Ogni cosa che chiedete supplicando al Dio sole genera un atto del demonio.
Ogni cosa che create col Dio sole dà al demonio il potere di agire.
Questo è il terribile Abraxas.
E' la creatura più possente, e in lui la creatura ha timore di se stessa.
E' l'opposizione manifesta della creatura al pleroma e al nulla.
E' l'orrore che il figlio prova per la madre.
E' l'amore che la madre prova verso il figlio.
E' la gioia della terra e la crudeltà del cielo.
Di fronte al suo volto l'uomo impietrisce.
Di fronte a lui non c'è domanda ne' risposta.
E' la vita della creatura.
E' l'operazione della distinzione.
E' l'amore dell'uomo.
E' la voce dell'uomo.
E' l'apparenza e l'ombra dell'uomo.
E' la realtà illusoria.
Allora i morti ulularono e si infuriarono, perché essi erano imperfetti.

Sermone IV
I morti invasero il luogo mormorando e dissero: Parlaci degli dei e dei demoni, maledetto!
Il Dio sole è il massimo bene, il demonio è l'opposto, perciò voi avete due dei.
Ma ci sono molte cose alte e buone e molti grandi mali, e tra questi vi sono due dei-demoni; uno è QUELLO CHE BRUCIA, l'altro è QUELLO CHE CRESCE.
Quello che brucia è EROS, in forma di fiamma. La fiamma dà luce consumandosi.
Quello che cresce è l'ALBERO DELLA VITA. Esso germoglia ammassando nel crescere materia vivente.
Eros s'infiamma e muore, invece l'Albero della Vita cresce lento e costante per tempi incommensurabili.
Buono e male si uniscono nella fiamma.
Buono e male si uniscono nella crescita dell'albero.
Nella loro divinità vita e amore sono opposti.
Incommensurabile come la moltitudine delle stelle è il numero degli dei e dei demoni.
Ogni stella è un Dio, e ogni spazio che una stella riempie è un demonio. Ma la vuotezza e pienezza del tutto è il pleroma.
L'effettività del tutto è Abraxas, al quale sta opposto soltanto l'irreale.
Quattro è il numero degli dei principali, come quattro è il numero delle misure del mondo.
Uno è l'inizio, il Dio sole.
Due è Eros, perché unisce due insieme e si estende in splendore.
Tre è l'Albero della Vita, perché colma spazio con forme corporee.
Quattro è il demonio, perché apre tutto ciò che è chiuso. Tutto ciò che ha forma e corpo, egli lo dissolve; è il distruttore nel quale ogni cosa diventa nulla.
Me beato, a cui è stato dato di conoscere la molteplicità e diversità degli dei. Guai a voi, che sostituite questa irriducibile molteplicità con l'unico Dio. Così facendo provocate il tormento causato dall'incomprensione, e mutilate la creatura, la cui natura e il suo scopo è la distinzione. Come potete essere fedeli alla vostra natura se cercate di mutare i molti in uno? Ciò che voi fate degli dei è fatto a voi. Diventate tutti uguali e perciò la vostra natura è mutilata.
L'uguaglianza prevarrebbe non per volere di Dio ma per volere dell'uomo, perché gli dei sono molti mentre gli uomini sono pochi. Gli dei sono potenti e sopportano la loro molteplicità, perché al pari delle stelle dimorano in solitudine, divisi l'uno dall'altro da immense distanze. Ma gli uomini sono deboli e non sopportano la loro molteplicità, perciò dimorano insieme e abbisognano di comunanza per poter reggere alla loro particolarità. A scopo di redenzione io vi insegno la verità respinta, a causa della quale io sono stato respinto.
La molteplicità degli dei corrisponde alla molteplicità degli uomini.
Innumerevoli dei attendono di diventare uomini. Innumerevoli dei sono stati uomini. L'uomo partecipa alla natura degli dei, proviene dagli dei e va verso Dio.
Come non giova riflettere sul pleroma, così non giova adorare la molteplicità degli dei. Meno di ogni cosa giova adorare il primo Dio, la pienezza effettiva e il summum bonum. Con la nostra preghiera non possiamo aggiungervi nulla ne' cavarne nulla, perché il vuoto effettivo inghiotte tutto. Gli dei splendenti formano il mondo celeste. Esso è molteplice e si espande e cresce all'infinito. Il Dio sole è il Signore supremo di questo mondo.
Gli dei tenebrosi formano il mondo terreno. Sono semplici e diminuiscono e rimpiccioliscono all'infinito. Il demonio è l'infimo signore del mondo terreno, lo spirito lunare, satellite della terra, più piccolo, più freddo e più morto della terra.
Non c'è differenza tra il potere degli dei celesti e quello degli dei terrestri. Gli dei celesti diventano sempre più grandi, gli dei terrestri sempre più piccoli. Incommensurabile è il movimento degli uni e degli altri.

Sermone V
I morti urlarono in tono di derisione: Insegnaci, folle, la tua dottrina sulla Chiesa e sulla santa comunione.
Il mondo degli dei si manifesta nella spiritualità e nella sessualità.
Gli dei celesti compaiono nella spiritualità, quelli terrestri nella sessualità.
La spiritualità concepisce e abbraccia. Essa è femmina e perciò la chiamano MATER COELESTIS, madre celeste.
La sessualità genera e crea. Essa è maschile, e perciò la chiamano PHALLOS, il padre terrestre.
La sessualità dell'uomo è più terrestre, la sessualità della donna è più spirituale.
La spiritualità dell'uomo è più celeste, procede verso il più grande.
La spiritualità della donna è più terrestre, procede verso il più piccolo.
Menzognera e diabolica è la spiritualità dell'uomo che procede verso il più piccolo. Menzognera e diabolica è la spiritualità della donna che procede verso il più grande.
Ognuna deve procedere verso il proprio luogo.
Uomo e donna diventano demoni l'uno per l'altra quando non dividono le loro strade spirituali, perché la natura della creatura è la distinzione.
La sessualità dell'uomo va verso il terrestre, la sessualità della donna verso lo spirituale. Uomo e donna diventano demoni l'uno per l'altra se non distinguono la loro sessualità.
L'uomo deve imparare a conoscere il più piccolo, la donna il più grande.
L'uomo deve distinguersi sia dalla spiritualità che dalla sessualità. Deve chiamare la spiritualità Madre e porla tra il cielo e la terra. Deve chiamare la sessualità Phallos e porlo tra sé e la terra, perché la Madre e il Phallos sono demoni sovrumani e manifestazioni del mondo degli dei. Essi sono più effettivi per noi che non gli dei, poiché sono similissimi alla nostra natura. Se non vi distinguete dalla sessualità e dalla spiritualità, e non le considerate come una natura al di sopra di voi e intorno a voi, diventate loro preda come qualità del pleroma. Spiritualità e sessualità non sono vostre qualità, non sono cose che possedete e contenete: esse posseggono e contengono voi, perché sono demoni potenti, manifestazioni degli dei, e quindi cose che vanno al di là di voi, esistenti per se stesse. Nessun uomo ha una spiritualità di per sé, o una sessualità di per sé, ma sta sotto la legge della spiritualità e della sessualità. Perciò nessuno sfugge a questi demoni. Dovete considerarli demoni, e un compito e pericolo comune, un fardello comune che la vita ha posto sulle vostre spalle. Quindi la vita è per voi anche un compito e un pericolo comune, come lo sono gli dei, e primo fra tutti il terribile Abraxas.
L'uomo è debole, perciò la comunione è indispensabile. Se la vostra comunione non è sotto il segno della Madre, allora è sotto il segno del Phallos. Nessuna comunione è sofferenza e malattia. La comunione in ogni cosa è smembramento e dissoluzione.
La distinzione porta all'unicità. L'unicità è opposta alla comunione. Ma, data la debolezza dell'uomo a petto degli dei e dei demoni e della loro legge invincibile, la comunione è necessaria. Perciò ci dev' essere tanta comunione quanta è necessaria, non a causa dell'uomo ma a causa degli dei. Gli dei vi forzano alla comunione. E quanto più vi forzano, tanto più occorre comunione, più è male.
Nella comunione ogni uomo si sottometta agli altri, di modo che la comunione sia mantenuta, perché voi ne avete bisogno.
Nell'unicità l'uomo singolo dev' essere superiore agli altri, di modo che ogni uomo appartenga a se stesso ed eviti la schiavitù.
Nella comunione ci dev' essere continenza, nell'unicità ci dev'essere prodigalità.
La comunione è la profondità, l'unicità è l'altezza.
La giusta misura nella comunione purifica e preserva.
La giusta misura nell'unicità purifica e aggiunge.
La comunione ci dà il calore.
L'unicità ci dà la luce

Sermone VI
Il demone della sessualità si accosta alla nostra anima come una serpe. E' per metà anima umana e significa desiderio di pensiero. Il demone della spiritualità scende nella nostra anima come l'uccello bianco. E' per metà anima umana e significa pensiero di desiderio. La serpe è un'anima terrena, per metà demoniaca, uno spirito, e simile agli spiriti dei morti. Al pari di questi si aggira fra le cose della terra, facendocele temere o facendo sì che eccitino la nostra bramosia. La serpe ha una natura femminile e cerca sempre la compagnia dei morti legati all'incantesimo della terra, quelli che non hanno trovato la via per passare al di là, all'unicità. La serpe è una meretrice e fornica col diavolo e con gli spiriti malvagi, è un tiranno nefasto e uno spirito tormentatore, che sempre seduce alla comunione più malvagia. L'uccello bianco è un'anima semi-celeste dell'uomo. Esso dimora presso la Madre e discende di quando in quando. L'uccello è maschile ed è pensiero effettivo. E' casto e solitario, messaggero della Madre. Vola alto sulla terra. Ispira unicità. Porta conoscenza dai lontani che vennero prima e sono perfetti. Porta la nostra parola in alto, alla Madre. Questa intercede, ammonisce, ma non ha alcun potere contro gli dei. E' un vaso del sole. La serpe scende e paralizza con l'astuzia il demone fallico, oppure lo pungola. Porta alla luce i pensieri astutissimi del terrestre, che strisciano per ogni crepa e aderiscono dovunque succhiando con bramosia. La serpe, certo, non lo vuole, eppure deve esserci utile. Essa sfugge alla nostra presa, mostrandoci così la via che con la nostra intelligenza umana non troveremmo. I morti gettarono occhiate sdegnose e dissero: Cessa di parlare di dei e demoni e anime. Al fin fine questo ci era noto da tempo.

Sermone VII
Ma quando la notte scese i morti tornarono ad accostarsi con gesti lamentosi e dissero: C'è una cosa ancora che abbiamo dimenticato di discutere. Parlaci dell'uomo. L'uomo è una porta attraverso la quale, dal mondo esterno degli dei, dei demoni e delle anime, voi passate nel mondo interiore; dal mondo grande al più piccolo. Piccolo è l'uomo, una nullità, voi lo avete già alle spalle e vi trovate una volta ancora nello spazio senza fine, nell'infinità più piccola o più intima. A incommensurabile distanza c'è una singola stella allo zenith. Questa è il Dio singolo di questo singolo uomo, è il suo mondo, il suo pleroma. la sua divinità. In questo mondo l'uomo è Abraxas, che genera o ingoia il suo mondo. Questa stella è Dio e la meta dell'uomo. E' il suo Dio singolo che lo guida. In lui l'uomo giunge al riposo, verso di lui procede il lungo viaggio dell'anima dopo la morte, in lui brilla come luce tutto ciò che l'uomo riporta dal mondo più grande. Questo è il solo Dio che l'uomo deve pregare. La preghiera accresce la luce della stella, getta un ponte sopra la morte, prepare la vita per il mondo più piccolo, e lenisce i desideri senza speranza del mondo più grande. Quando il mondo più grande si raffredda, la stella risplende. Nulla c'è tra l'uomo e il suo singolo Dio, per quanto l'uomo possa distogliere gli occhi dallo spettacolo fiammeggiante di Abraxas. Qui l'uomo, là il Dio. Qui debolezza e nullità, là potere eternamente creativo. Qui null'altro che tenebra e vapore glaciale, Là il sole e nient'altro che sole. A questo punto i morti si fecero silenziosi e ascesero come il fumo sopra il fuoco del pastore che nella notte custodiva il suo gregge.