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sabato 26 maggio 2012

Luigi Fantappiè - Il problema di Dio e la scienza moderna

"[...] Tutto questo se non vogliamo tradire, in questo nostro secondo Risorgimento dell'anima nazionale, quella che è stata sempre la naturale missione e la naturale funzione dell'Italia, di essere l'iniziatrice di tutti i grandi movimenti di cultura dell'umanità.
Per il bene nostro e di tutti, è infatti da tener sempre presente che solo se si riduce la scienza a una tecnica, solo se si abbandonano i veri fini della scienza (conoscenza razionale della realtà), sostituendo questi fini con i "mezzi" occasionali di una certa epoca (metodo, tecnica) elevati a fine ultimo da ricercatori miopi, si può nella scienza mettere da parte l'idea di Dio; altrimenti Dio è naturalmente al centro della scienza, essendone il motore e il fine, come è provato dagli stessi grandi scienziati di tutte le epoche, da Galilei e Newton a Planck e a Picard, da Linneo a Darwin e a Pasteur, nonostante le opposte opinioni dei più meschini loro seguaci".
Luigi Fantappiè - Il problema di Dio e la scienza moderna - 1947- Conferenze scelte - Di renzo Editore - pag. 33

venerdì 13 aprile 2012

I quattro sensi delle scritture (Dante Alighieri)

Dante Alighieri (Convivio II,1).
[...] le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi. 

L’uno si chiama litterale, [e questo è quello che non si stende più oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti.
L’altro si chiama allegorico, e questo è quello che si nasconde sotto ’l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna: sì come quando dice Ovidio che Orfeo facea con la cetera mansuete le fiere, e li arbori e le pietre a sé muovere; che vuol dire che lo savio uomo con lo strumento de la sua voce fa[r]ia mansuescere e umiliare li crudeli cuori, e fa[r]ia muovere a la sua volontade coloro che non hanno vita di scienza e d’arte: e coloro che non hanno vita ragionevole alcuna sono quasi come pietre.
E perché questo nascondimento fosse trovato per li savi, nel penultimo trattato si mosterrà. Veramente li teologi questo senso prendono altrimenti che li poeti; ma però che mia intenzione è qui lo modo de li poeti seguitare, prendo lo senso allegorico secondo che per li poeti è usato.
Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti: sì come appostare si può ne lo Evangelio, quando Cristo salio lo monte per transfigurarsi, che de li dodici Apostoli menò seco li tre; in che moralmente si può intendere che a le secretissime cose noi dovemo avere poca compagnia.
Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora [sia vera] eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa de le superne cose de l’etternal gloria sì, come vedere si può in quello canto del Profeta che dice che, ne l’uscita del popolo d’Israel d’Egitto, Giudea è fatta santa e libera. Ché avvegna essere vera secondo la lettera sia manifesto, non meno è vero quello che spiritualmente s’intende, cioè che ne l’uscita de l’anima dal peccato, essa sia fatta santa e libera in sua potestate. E in dimostrar questo, sempre lo litterale dee andare innanzi, sì come quello ne la cui sentenza li altri sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed inrazionale intendere a li altri, e massimamente a lo allegorico. È impossibile, però che in ciascuna cosa che ha dentro e di fuori, è impossibile venire al dentro se prima non si viene al di fuori: onde, con ciò sia cosa che ne le scritture [la litterale sentenza] sia sempre lo di fuori, impossibile è venire a l’altre, massimamente a l’allegorica, sanza prima venire a la litterale.

Religione e Spiritualità

 La religione non può sopportare la Spiritualità. Non la può proprio tollerare. La Spiritualità potrebbe portarvi a una conclusione diversa da quella di una particolare religione. E questo non è tollerabile. La religione vi sprona a esplorare i pensieri degli altri e ad accettarli come fossero i vostri. La Spiritualità vi invita ad abbandonare i pensieri degli altri e a trovare i vostri.

Neale Donald Walsh

domenica 25 marzo 2012

L'Io e il Sè.

"Or l’Iddio della pace vi santifichi egli stesso tutti intieri; e sia conservato intiero il vostro SPIRITO, e l’ANIMA, e il CORPO, senza biasimo, all’avvenimento del Signor nostro Gesù Cristo". Prima lettera ai Tessalonicesi 5:23
Il corpo fisico permette all'uomo di entrare in contatto con il mondo materiale. E’ dunque lo strumento per mezzo del quale acquistiamo coscienza del mondo.
L'Anima è la psiche dell'uomo, l'Io vero e proprio. Alla morte del corpo muore con esso portando con se l'intelligenza, che non serve più al termine dello stadio terreno dell’esistenza.  Non ci sono più le emozioni, che derivano dai sensi corporei.
L'anima appartiene all'Io dell'uomo è appunto la parte che ci dà coscienza di noi stessi e del dualismo tra Io e Mondo.
Lo Spirito (soffio), è ciò che ci connette all’Ein Soph e ci permette di intuire l’Infinito. Mentre la nostra anima e l’intelletto che ad essa appartiene non possono concepire l’infinito, il nostro Spirito lo intuisce e ci connette al Sé Unico e Infinito.  L’Infinito dimora nello Spirito, l'Io dimora nell'Anima, i sensi dimorano nel corpo.
L'Uomo come essere a se stante è anima e corpo legati al Mondo.
Il "Sé" è invece Spirito, come spirito è l’Ein Soph.
L’Uomo finito tramite la coscienza del Sé si lega all’Infinito.
Lo spirito è il nostro esistere in relazione all’ Infinto.
G. D.

sabato 24 dicembre 2011

Dalla Dea Madre alla Vergine Maria: un archetipo che accompagna l'umanità

Una delle caratteristiche essenziali del cattolicesimo odierno è il culto della Vergine Maria. Esso è anche uno dei principali motivi di disaccordo teologico con le chiese protestanti insieme al culto dei santi. La differenza, su cui in questa sede non ci dilungheremo, è di carattere filosofico- teologico e si riassume in una domanda:
“Può l’uomo arrivare a Dio da solo o necessità di entità mediatrici che intercedano per lui e gli indichino la direzione del percorso?”
A tale domanda ognuno può fornire la sua risposta.
Ma vediamo ora di capire il motivo storico di questa differenza.
“Da dove origina nella religione cattolica “romana” il culto della Vergine Madre di Dio?”

Tale concetto fu proclamato ufficialmente dalla chiesa cattolica con il Concilio di Efeso nel 431. d.C. E' importante specificare che l'incarnazione di Gesù è cosa diversa dalla semplice manifestazione del divino in forma umana comune alla mitologia di molte religioni pagane o dal concetto di “avatar” della religione induista. Nel primo caso si tratta di “apparizioni” temporanee, nella religione induista si tratta invece di discesa del divino nel mondo umano. Il Cristo è qualcosa di diverso non è Dio che scende in terra (come l’avatar) ma una sua emanazione (il Figlio) che ha luogo sui due piani materiale e spirituale, ma che è di carne e sangue. Tale concetto rispecchia dunque la mentalità storico-materialista dei romani piuttosto che quella degli ellenici. Non a caso di tale concetto non si trova traccia nel primo cristianesimo fondato da San Paolo (greco) ma appare solo successivamente a seguito della “romanizzazione” della religione cristiana.
Il Dio incarnato trova alcuni fondamenti nell’importanza data al “femminino” nella dottrina gnostica in cui è presente l’idea della “Dea Madre” in grado di guidare l’uomo verso la conoscenza suprema. “Sophia” è la saggezza creatrice che forma la Sacra Trinità familiare Padre-Figlio-Madre. La Madre, nella religione cristiana degli albori, viene privata del suo connotato femminile per divenire “neutro” pneuma cioè lo Spirito Santo.

L’apice della negazione del ruolo del femminile (Dea Madre) si ebbe con l’eresia Ariana. Ario rifiutava la natura divina di Gesù considerandolo un semplice profeta di conseguenza rifiutava anche il ruolo dello Spirito Santo e di Maria.
La reazione della chiesa romana alla concezione Ariana fu netta e dovuta ad una cultura fortemente radicata in idee molto più antiche del cristianesimo come il Mitraismo, il culto di Cibele e quello enterno della Dea Madre presente anche nella dottrina gnostica.
Non per caso, il femminile ritorna a Efeso, in terra gnostica con una concezione del ruolo di Maria che si presta a forti parallelismi con il concetto archetipo ed onnipresente di Dea Madre di tutti gli uomini che trova la sua espressione nei culti mariani odierni.

Prima di Gesù anche Mitra e Horus nacquero il 25 Dicembre da madre vergine. La religione mitraica ebbe un forte influsso sulla religione cattolica romana, le due religioni convissero per circa due secoli, competendo per divenire religione ufficiale dell’Impero. La religione tradizionale romana era infatti ormai decaduta dal punto di vista spirituale e ridotta alla mera veste rituale e celebrativa il cui significato spirituale era stato dimenticato. Per colmare tale vuoto altre religioni si contendevano il primato e convissero per più di due secoli La competizione si risolse con il sincretismo delle dottrine mitraiche e del culto di Cibele nel cristianesimo. Il personaggio di Mitra ha moltissime analogie con quello di Gesù:
- era l’incarnazione del Sole;
- nacque il 25 dicembre, giorno del solstizio d'inverno secondo i calndari dell’epoca;
- alla sua nascita fu adorato dai pastori, che gli recarono in dono le primizie dei greggi e dei frutti della terra
- ascese in cielo, venne posto sul trono accanto al dio del Sole, cioè, divenne partecipe della sua onnipotenza, e infine fu parte di una Trinità.
- un giorno sarebbe tornato a risvegliare e a giudicare i morti .
- era il demiurgo fra cielo e terra, fra Dio e l'umanità, il Redentore del mondo e il Salvatore;
- era accostato all'immagine del gallo e delle chiavi, entrambi simboli del dio del Sole;
- fece scaturire l'acqua dalla roccia come il miracolo della rupe di Mosè e il miracolo della fonte di S. Pietro;
- fu assassinato dai suoi nemici che gli trapassarono il costato con una lancia;
- resuscitò al terzo giorno
- il giorno consacrato al Dio Sole era il dies solis (ted. Sonntag; ingl. Sunday), celebrato in modo particolare nel culto di Mitra come primo giorno della settimana, e in seguito definito «il giorno del Signore» (dies dominica) dai cristiani,

L’origine delle dottrine mariane nel cristianesimo deriva però molto probabilmente da un altro culto, anch’esso origianiario come quello di Mitra nell’Asia minore. Il culto di Cibele fu il terzo grande competitor per la supremazia religiosa nell’Impero romano nei primi secoli d.C. Come il mitraismo,  si era propagato a partire dall'Asia minore, e specificatamente dalla Frigia (oggi Turchia), la stessa regione dove i primi cristiani, raccolti attorno a Giovanni e Paolo, iniziarono l’evangelizzazione dei “gentili”. Non vi era pace tra le due confessioni religiose, tanto che i primi cristiani rappresentarono la Dea madre Cibele, come una “prostituta coronata di torri”, seduta sul mostro da lei addomesticato  (questa immagine ritornerà successivamente nell’iconografia mariana come la Vergine che schiaccia la testa del serpente)  o 
la dama del liocorno che ne accoglie la testa sul grembo. La Dea Madre Cibele, era analoga all’Artemide greca, all’Ishtar babilonese, alla dea solare degli antichi sciti. 

“Chi è allora la Madre degli Dei? Lei è la sorgente degli Dei intellettuali e creativi, che a turno guidano gli dei visibili: lei è sia madre e sposa del mitico Zeus; venne per succedere ma anche per regnare insieme col grande Creatore; Lei ha il controllo di ogni forma di vita, e la Causa di tutte le generazioni; Lei porta facilemente alla perfezione tutte le cose che sono fatte. Senza dolore Lei porta alla nascita [...] Lei è la Vergine senza Madre, al fianco dello stesso Zeus, e in assoluta verità lei è Madre di tutti gli Dei [...]” . Imperatore Giuliano II, Orazione a Cibele.
La Dea Madre, che non è la creatrice dell’universo, ma è mandata dal Dio Creatore per mettere all’opera l’energia universale. Ma potenze oscure avverse (il Nemico della tradizione ebraica o i Giganti della tradizione germanica) si accaniscono contro quest’opera compromettendola. Il mondo verrebbe distrutto, senza l’opera salvifica di un'altra entità divina: il Figlio che ha avuto il compito di rinnovare l’armonia sconfiggendo il Nemico e rinnovando annualmente l’azione del creatore.
La Dea partorisce dunque un figlio, Attis, da Vergine cioè senza il dominio del maschio (la vergine non era colei che si asteneva dall'accoppiamento, ma colei che non era sottoposta all'uomo, dunque non aveva marito; la vergine nel senso odierno era chiamata invece "virgo intacta"). Il Figlio da adulto diviene l’amante della madre. Ma quando Attis la tradisce innamorandosi della figlia del re Mida, la madre gelosa si vendica e lo rende folle spingendolo ad evirarsi. Cibele seppelisce i genitali del figlio-amante Attis, che diviene così Dio della vegetazione, che ogni anno muore e resuscita. Dopo alcuni giorni infatti la madre-amante lo rianima e lo sposa in una sanguinosa ierogamia. Il Figlio viene considerato amante della madre per sancire il ripetersi dell’unione con l’energia creatrice e al termine del ciclo annuale deve morire per rinascere con l’intera natura.
Lo stesso principio, in un’altra forma mitica, lo troviamo anche nei Misteri di Eleusi a proposito della dea Demetra, che scende negli inferi alla ricerca della figlia Kore-Persefone, prigioniera di Ade-Plutone.

La morte del Figlio corrisponde alla morte del Sole-Toro del mitraismo: il “taurobolo”. Il rituale consisteva nel fare ricevere ai fedeli il sangue del toro, un battesimo con sangue. Nel culto di Cibele il toro veniva anche evirato e i testicoli venivano uniti alle corna e trasportati nel tempio della Dea e deposti ai piedi dell’altare. 
Un’altra corrispondenza è quella con Ishtar ed il suo figlio-amante Tammuz ed Iside ed Osiride La sanguinosa agonia di Attis è per molti versi analoga alla Passione cristiana.  
Tutto il mito è carico di significati esoterici e metafisici sul senso della vita e della rinascita dell’uomo. Attis è un modello archetipo dell’essere umano che, con la sua evoluzione personale e con l’aiuto della Madre- Spirito divino, si accinge alla rinascita iniziatica dopo la morte. La morte non è dunque la fine di tutto ma un “passaggio” attraverso il superamento della realtà visibile. La religione di Cibele è, come il cristianesimo, una religione salvifica, che estende la possibilità di risorgere a tutta l’umanità a prescindere dalla razza. Tale bisogno spirituale era diffuso nei primi secoli d.C. a causa dello svuotamento dei contenuti metafisici ed esoterici dei culti ufficiali dell’Impero. 

Cibele è la rappresentazione concreta dell’energia creatrice, il principio generatore che muove e trasforma il mondo, personificazione della creazione permanente che opera per avanzare dalla materia prima verso la Pietra filosofale; il altre parole è il soffio che da la vita, parte dell’eterna Trinità divina che al “neutro” verrà chiamata Spirito Santo.

Siamo dunque di fronte a quello che Jung definirebbe un archetipo dell’inconscio collettivo o se si preferisce dell’inconscio esoterico che si manifesta con il perpetuarsi in tutte le culture, in tutti i tempi ed in tutti i luoghi dell’icona della Dea Madre Vergine del Sole Salvatore che rinasce al solstizio d’inverno per portare la Luce al Mondo.



di Gandolfo Dominici

lunedì 12 dicembre 2011

L'ALBERO DI NATALE UN ARCHETIPO DI VITA

Ogni anno, nel periodo a cavallo con il solstizio d'inverno, si riaccendono le luci di un simbolo fra i più antichi dell'umanità: l'albero di Natale.
L'albero di Natale è una delle più diffuse usanze del periodo del solstizio di inverno, coincidente più o meno con il nostro Natale cristiano, così come con altre festività precristiane nei culti solari.
Si utilizza in genere di un abete addobbato con piccoli oggetti colorati, luci, festoni, dolciumi, piccoli regali impacchettati e altro.
L'abete, essendo una conifera sempreverde, richiama il perpetuarsi della vita anche in inverno. Presso le antiche scuole iniziatiche, la forma simmetrica dell’abete e i rami sempre verdi, simboleggiavano la vita che dura per sempre. Gli addobbi luminosi (candele, e oggi lampadine) simboleggiano le perle di saggezza che si conquistano per ogni esperienza fatta e compresa, per giungere lungo un percorso iniziatico alla stella cometa in cima all’albero, che rappresenta il completamento della Grande Opera, cioè il punto di arrvio del viaggio iniziatico.
L'Abete era anche l'albero sacro ad Artemide e al Nord era considerato l'Albero della Nascita.
Secondo la Genesi, nel giardino dell'Eden vi erano due alberi, uno era quello della conoscenza del bene e del male da cui mangiarono Adamo ed Eva, l'altro era l'albero della Vita, mangiando i cui frutti si poteva accedere all'immortalità penetrando il grande mistero della vita eterna. La vita eterna è quella promessa dal Cristo (il Dio-Uomo, che da la vita) che nasce (secondo una millenaria tradizione anteriore al cristianesimo) la notte di Natale.
L’albero di Natale è dunque l'albero della vita con tutti i Chakra accesi. Attraverso la luce che scaturisce dall’archetipo dell’albero, l'uomo può svelare a se stesso il suo universo interiore; le decorazioni sono i simboli esteriori che richiamano ciò che dobbiamo far accendere nei mondi interiori.
E’ noto che l’albero è un archetipo dotato di importanti significati sia essoterici che esoterici. L'albero come simbolo della vita ha origini molto antiche e trova riscontri in diverse religioni.
L'albero di Natale rievoca dunque l'idea dell'immortalità espressa miticamente dall'Albero della Vita, esso è un archetipo universale di molti popoli: è l'Albero Cosmico.
Troviamo l’albero come archetipo di nascita (del Sole) presso diverse popolazioni di ogni epoca e luogo.
Su una tavoletta babilonese  (1850 a.C.) è raffigurato un albero stilizzato, ai cui rami sono appese delle losanghe che raffigurano gli astri mentre, alla sommità, è raffigurato il Sole, che domina. Questo è ad oggi il più antico albero di “Natale” (a Babilonia il Dio Sole Samash era festeggiato il 25 dicembre) finora rinvenuto .
Per le popolazioni Indoeuropee, rappresenta la manifestazione divina del cosmo. l'albero Cosmico indiano lo Asvattha, (l'albero capovolto) "il puro, il Brahman. Tutti i mondi riposano in lui" (Katha - Upanishad VI, 1) e, il germanico Yggdrasil "cavallo di Odino" (cavallo come mezzo che conduce al mondo superiore), l’Albero della Vita della Genesi, ecc.
Nell'antico Egitto l'Albero sacro per eccellenza è Nehet, il sicomoro, "sui cui rami abitano gli dèi", ma anche Djed, la colonna sacra munita di quattro capitelli, ritenuta a sua volta simbolo della colonna vertebrale umana.
Nello sciamanesimo siberiano, lo sciamano dopo avere eseguito il sacrificio di un cavallo al dio Bai Ulgan (spezzando all'animale la colonna vertebrale), compiva il "volo mistico" verso il Cielo arrampicandosi sul pilastro centrale della tenda, conica (forma dell’albero natalizio) per uscire poi dal foro centrale della tenda. Più tardi la tenda venne sostituita con un albero (detto “strada” verso il divino) della stessa forma.
Anche nelle Americhe troviamo il simbolo dell'Albero cosmico ritorna nell'uso Sioux di piantare un albero al centro dello spazio riservato alla danza del Sole. Per gli Aztechi era l’emblema di Quetzalcòatl, Dio supremo, capostipite degli Aztechi, nonché demiurgo solare simbolo incarnato della divinizzazione dell'uomo.
Secondo una tradizione cinese l'albero Chien-mu (Legno diritto) è al centro del mondo e lungo di esso ascendono i sovrani per accordare fra loro Cielo e Terra.

Dalla tradizione dello Yggdrasil "cavallo di Odino" deriva la successiva usanza cristiana dell’albero di Natale in Nord europa.
"Io so che esiste un frassino chiamato Yggdrasill, un alto albero, bagnato di bianca brina; di là derivano le rugiade che cadono nelle valli, e sempre verde sta presso la fonte di Urdhr" (Volüspa, 19).
Nell'Impero germanico in periodo medioevale erano assai diffuse le Sacre rappresentazioni di Adamo ed Eva: il 24 dicembre, giorno in cui il calendario cristiano commemora i progenitori biblici. Era usanza allestire nelle chiese rappresentazioni in cui il vecchio Adamo, giunto all'età di 932 anni, sentendosi vicino alla morte, invia il figlio Seth alla ricerca dell’Eden. Seth raggiunge la sua meta e ritorna quando Adamo è già morto, portando con se tre semi che, sparge sulla tomba del padre. Dai semi nasce un abete che ha miracolosamente in sé le caratteristiche del pino, del cedro e del cipresso. Arriva allora un centurione romano che dal legno dell’abete fabbrica la croce; simboleggiando così la corrispondenza tra il primo Adamo e il Cristo-Adamo. Per i primi cristiani infatti la Croce era l'"albero immortale" piantato al centro del mondo, là dove Adamo era stato sepolto.

Scriveva Sant’Ambrogio:
"il Cristo è l'Albero della Vita", (De Isaac et anima, 5,43) 
mentre per San Cipriano (Hymnus de Pascha) la Croce è un albero che sale fino al Cielo e fa scaturire dalle sue radici una meravigliosa fonte di vita.

Celti, Sassoni, e Normanni portavano alberi in casa per tener lontani gli spiriti maligni, gli Egiziani vi portavano le palme e i Romani gli abeti. Come segno di venerazione verso gli alberi consacrati, dagli antichi babilonesi in poi sorse l’usanza di appendere frutti (fichi o mele, che richiamano il “frutto della conoscenza della Genesi) come offerte alle divinità. Tradizione che poi si diffuse in tutto il nord Europa: per compiacere gli Dei, i contadini appendevano sugli alberi i frutti dei loro raccolti.
Questa antica tradizione fu abbandonata durante il medioevo e ripresa più tardi. Se ne trova traccia documentata a Strasburgo, in Germania, nel 1539, ma pare che fino all’Ottocento sia rimasto un semplice fenomeno locale.
Una antica legenda racconta la nascita dell’albero di Natale come simbolo cristiano ad oper di Giovanni Tauler vissuto intorno al 1300 d.C.. Tauler un giorno vicino Natale capì che all'uomo occorreva un simbolo esteriore da poter contemplare e far entrare nel profondo consciamente o inconsciamente. Un simbolo che trasmettesse lo Spirito che inonda la notte di Natale. Allora prese un albero e lo riempì di luci, affinchè quello splendore nella notte potesse esteriorizzare la Luce che doveva nascere dentro ognuno alla mezzanotte.
Nel XVI secolo, fabbricanti germanici e svizzeri cominciarono a produrre ninnoli di vetro soffiato, gli americani successivamente aggiunsero l’idea delle lampadine.
Solo nel 1840, la duchessa di Orléans, imitando l’ambasciatore asburgico, fece addobbare un enorme albero nel giardino delle Tuilleries a Parigi, e la moda dilagò così tra tutte le corti europee.
E' da allora che l’antichissimo ed immortale simbolo dell’Albero del Natale è tornato ad adornare con il suo enorme potenziale evocativo la festività più sentita ed importante dell’anno; una festività che va oltre le divisioni di tempo, spazio e religione ed abbraccia con i suoi significati universali tutta l’umanità.

di Gandolfo Dominici

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mercoledì 30 novembre 2011

Il tesoro nascosto e il cercatore di perle

"Il Regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo: un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra"
[Matteo 13, 44-46]



Ci sono tre tipi di uomini:
- Il viandante che procede per la sua strada. Procede nel suo viaggio vedendo la sua via come l'unico mondo possibile, ma ogni tanto si ferma e scruta e ammira. Se però lungo il suo viaggio incontra qualcosa che gli permette di cambiare la sua visione del mondo e di elevarsi, come il tesoro nascosto nel campo, lo coglie e cambia la sua esistenza.
- Il cercatore. Cerca nella vita molto più delle apparenze e cerca quel "tesoro" come il mercante in cerca di perle preziose.
- Il viaggiatore stolto. Procede senza riflettere sul suo viaggio, non cerca perle preziose, e non nota il tesoro nascosto nel campo. 

sabato 6 agosto 2011

Significato esoterico dell'iconografia del "Cuore di Gesù"




«Sgorgheranno fiumi di acqua viva».  
Vangelo di Giovanni. 7, 37b-39a

L'icona religiosa del Sacro Cuore di Gesù, diffusasi a partire dal tardo medioevo nella religione cattolica, incorpora un importante significato ermetico-alchemico. 
Il cuore che Gesù porta in mano sormontato da una Croce e circondato da fiamme corrisponde al simbolo alchemico del Ferro (Crocus Martis):

Il Ferro è la forza della volontà umana, esso è, Solfo incombustibile allo stato “fisso”, dunque potenza di dare forma a se stessi in quanto esseri spirituali. Il ferro presente nell'uomo comune è impuro, si ossida e non resiste alla fusione. Esso deve essere dunque trattato con il Fuoco e con l'Acqua er divenire Acciaio. 
Il "fiammeggiare" del Cuore Sacro è dunque la "ignificazione" della Luce Astrale (Rubedo) cioè la spiritualizzazione della materia per discesa del Fuoco che deve essere guidata dalla volontà.
La volontà si trasforma in forza pura che agisce senza passione e riporta alla vera vita gli elementi inferiori.
L'uomo per trasmutare verso la sua dimensione spirituale dovrà dunque purificarsi dalle scorie sciogliendosi dai vincoli del cuore (cioè le passioni incontrollate).
Allo stesso tempo deve essere come acqua chiara e non mossa attraverso la quale si vede il fondo, i sentimenti devono risuonare liberamente nell'uomo senza però che la sua volontà permetta a questi di renderlo schiavo legandolo al mondo fisico. 
Lo scopo di tale purificazione è il conseguimento di un distillato di "acqua viva" che è mezzo per l'elevazione all'esistenza spirituale.
Gesù stesso è metafora del Vitriol poichè con la croce nel cuore indica il seppellimento del seme/pietra nella terra, da cui risorgerà a nuova vita.


di Gandolfo Dominici

domenica 24 luglio 2011

Dal Molteplice della materia all’Uno dello Spirito secondo la Cabalà

Per la Cabalà l’unicità assoluta di Dio, corrispondente all’ermetico εν το παν (l’Uno il Tutto), implica comunque una distinzione tra il finito e l’infinito cioè tra il materiale-effimero e l’eterno, tra il creato e il non-creato.
Vi è discriminazione per la Cabalà tra il divino Infinito (En Soph) e la sua manifestazione cosmica finita. Tale distinzione è rappresentata dal “vuoto” che ha origine dal “ripiegamento di Dio in Se stesso”; è dal vuoto, dal nulla, che nasce il molteplice, il materiale, l’effimero. Pertantosebbene l’Uno sia presente nel molteplice lo è in maniera distinta dal velo del nulla che è alla base del nostro mondo sensibile.
L’universo viene dal “nulla” ed al nulla dovrà ritornare quando la realtà divina che lo mantiene con la sua immanenza si ripiegherà nella sua eterna essenza trascendente.
Quindi si può dire che, per la Cabalà, Dio è sia trascendente che immanente, perché presente nel mondo attraverso il vuoto della materia .
In tal senso la visione cabalistica differisce da quella panteistica poiché l’unità del Tutto (Dio) con l’universo materiale non è riduzione dell’infinito al finito ma è inversione nello spirito eterno di Dio di ciò che è in basso con ciò che è in alto, ma sempre all’interno dello spirito Infinito e trascendente dell’En Soph. Il motivo di tale processo non è conoscibile dalla mente umana che è finita e limitata dal velo del “divino nulla” e non potrà mai comprendere la “volontà divina”.
L’unità essenziale tra Uomo Cosmico (Adam Kadmon) e Dio (En Soph) non è dunque unità tra creato e non creato come nel panteismo ma unità in divenire quando nell’illusorietà del tempo creato con la materia Tutto si diraderà nell’unità dell’Essenza infinita di tutto il creato, la cui distinzione dal non creato dipende appunto dal “nulla” della materia da cui anche il tempo deriva.
Tale processo “sarà” ma già “è” poiché anche il tempo è parte della stessa illusione della materia generata nella “mente” infinita dell’En Soph.
Nel mondo creato lo Spirito Infinito di Dio irradia la Sua autorivelazione tramite gli  archetipi primordiali increati ed eterni di tutte le cose create che sono riflesso finito delle Sue caratteristiche infinite ed eterne.  La manifestazione cosmica di questi archetipi è nelle forme del creato, che nella creazione sono manifestazione dell’Uno trascendente nel nostro mondo finito dell’immanenza.
L’unita assoluta e universale dell’En Soph è dunque trascendente anche nella Sua immanenza cosmica nel molteplice. L’onnipresenza dell’En Soph nel materiale non è perciò esclusiva della sua esistenza che è trascendente rispetto alla materia effimera e finita, tale trascendenza è velata dal vuoto di cui la materia è costituita.
Il “nulla” che costituisce tutto il mondo materiale è, per la Cabalà, la sostanza primordiale e vuota che appare, all’intelletto limitato dell’uomo terreno, come puro “nulla” ma che in realtà è manifestazione della mente dello Spirito Divino ed Eterno ed Unica Vera Realtà.
Tutto il creato é dunque una mera “condensazione” di pensiero divino quindi effimera sul piano sensibile ma al tempo stesso vera come la volontà.
La condensazione del pensiero che costituisce le basi del nostro reale è una sorta di specchio che riflette la Luce divina sotto forma di archetipi che sono manifestazioni effimere delle idee infinte del Divino eterno. Tali manifestazioni non sono dunque Spirito divino ma solo riflessi nella sua mente infinita.
In questo si vede come la concezione cabalistica si riallacci ad un fil rouge che attraversa tutte le dottrine iniziatiche dal platonismo, all’ermetismo, alle dottrine esoteriche orientali.  
Per tale motivo l’affermazione dell’Io nel molteplice è illusoria e non porta alla Unità con lo Spirito Divino ma lo ancora ad una realtà illusoria e “vuota”. Tale illusoria affermazione nel materiale non è altro che idolatria di una illusione e attaccamento dell’Io alla realtà effimera del mondo sensibile.
Il compito dell’uomo è quello di ritrovare nella realtà illusoria del molteplice il Principio divino da cui esso deriva e ricongiungersi ad esso.
In tal senso la mera ricerca del molteplice, è il Male in quanto è allontanamento dall’Uno, mentre la ricerca del Principio Divino ed unificante del molteplice è il Bene cioè l’avvicinamento a Dio. In altre parole il compito dell’Uomo è quello di ricongiungere spiritualmente tutto ciò che e in basso con ciò che e in alto, superando l’illusione  vana del molteplice, tramutando dal materiale effimero all’eterno spirituale, tornando a Dio e risalendo la Scala di Giacobbe che porta il creato all’ascesa verso il non-creato.

Di Gandolfo Dominici

sabato 18 giugno 2011

L'ARCHETIPO SOLARE DELLA RESURREZIONE

Da sempre l'umanità è stata accompagnata da miti, leggende e religioni che hanno un filo conduttore che travalica lo spazio ed il tempo. Uno di questi fili conduttori è l'"Archetipo Solare" che, nelle varie culture e con diverse narrazioni descrive un percorso simile a quello del Sole durante l’anno:  Osiride nella religione dell’antico Egitto, Mitra in Persia, Krishna in India, Cristo in Occidente, ecc...
 Il Sole sorgente della vita, nasce, si sviluppa, decade e “muore”. Morendo viene l’inverno freddo e buio, il Sole scende negli inferi dell’emisfero sud e la Natura risente della sua temporanea “morte”. In primavera il sole "risorge" e produce il miracolo: la Madre Terra fecondata partorisce i germogli, la Luce ed il calore donano Vita alla Terra.
L’Uomo, osservando il percorso del Sole anno dopo anno e comprese che ciò che accadeva nel mondo esterno accadeva anche dentro di se. La sua coscienza influenzata dall’Astro Re scendeva nei piani più intimi e profondi, gli Inferi durante  l’Inverno come nel buio dell'anima umana per poi risorgere in Primavera, e dare il massimo del suo splendore nell’Estate.
L’uomo, era sottoposto alle stesse leggi del cosmo e  anche lui possedeva un “Sole interiore" che compiva una “discesa” durante i mesi più freddi e dopo tre mesi, risorgeva “invicto” trionfante come tutta la Natura.
Nei periodi primaverili la potenza erotica aumentava e come imitando la Natura, si accoppiava per arricchire la vita con la vita stessa. E così nel mese di Marzo sotto il fuoco fecondante del segno dell’Ariete depositava il suo seme-germoglio all’interno della sua donna (Terra) e nove mesi dopo come un Sole, sotto il segno di terra, Capricorno, nasceva il frutto del suo proprio essere : un'altro uomo!
Ecco il Sole, il Principio Maschile e il Principio Femminile la Terra; il Sole  muore “sotto terra” come un seme per nascere e continuare la vita.
Nelle religioni solari il Sole viene raffigurato come un giovane, un eroe, che viene ucciso da un crudele tiranno (l’Inverno) e trascinato negli Inferi, dove sarà “sepolto” nel buio della “Tomba di Saturno” e dopo tre mesi (per analogia tre giorni) risorgerà nuovamente.
    
Questo archetipo si ritrova anche nella religione Cristiana. Gesù il Cristo è il Quinto Elemento, i Quattro Elementi: Fuoco, Acqua, Aria, Terra corrispondono alle quattro stagioni e trovano rappresentazione nella Croce Cosmica Archetipale dove il punto centrale, il fulcro della linea verticale con quella orizzontale corrisponde al Sole, il Quinto elemento: il Cristo.
Nel corso dell'anno l’anno il Sole visita ogni tre mesi, ogni braccio della “Croce Cosmica” portando la luce e la vita. La croce di Gesù secondo i Vangeli viene posta nel monte Golgota (Monte del Cranio) dove, secondo la leggenda, era sepolto il cranio di Adamo, cioè l’Archetipo dell’Uomo. Sul Golgota vengono issate altre due croci, una alla Destra ovvero il “buon ladrone” (emisfero destro del cervello) e una alla sinistra, il “cattivo ladrone” (emisfero sinistro).
La stessa cosa accade nell'Uomo. Si prepara a  varcare la soglia della Porta Solstiziale d’Inverno e quando il Sole come il Cristo scende agli Inferi, egli nel buio dei piani inferiori “semina” lì il seme del suo pensiero. Lì il seme muore come il Cristo-Sole. Durante l'Inverno il Cristo-Sole-seme rimane nella “grotta” (la Terra- Principio Femminile), protetto dal bue e dall’asinello (la Natura), da Maria (l’Anima) e da Giuseppe (la Volontà). Mentre il tiranno Inverno (Erode) ordina l’uccisione di tutti i neonati.
Il seme Cristo-Sole all’interno-caverna aspetta la Primavera per nascere e poi dopo 33 anni per risorgere sotto il Fuoco Vivificante dell’Ariete Celeste. E’ la Madonna (Iside) che partorisce il suo Figlio Glorioso che rappresenta l'archetipo della Forza Vitale della Natura Stessa che crescerà per altri tre mesi fino al Solstizio d’Estate.
Cosi avviene nel cuore dell'uomo che dopo la discesa nei propri inferi risale nuovamente versolo Zenit della propria coscienza, e divenuto Uomo produrà i suoi migliori frutti (opere).
Tutte le religioni solari includono l’evolversi dell’Energia solare nell’arco di un anno. Il Sole è: Osiride, Krishna, Cristo, Mitra, ecc... che ad ogni ciclo nasce, cresce, si sviluppa, muore e risorge; come avviene dentro ogni Uomo, a prescindere dalla sua religione religione.
Quando il Cristo-Figlio scende agli inferi per poi salire in Cielo, questo altro non è che la metafora dell’energia dell’Eros-Sole che sale dall’osso sacro attraverso la scala di Giacobbe composta da 33 gradini o vertebre della colonna vertebrale, passando per le Sette Porte, attiva l’energia deisette pianeti che “dormono” in ogni Chakra secondo gli induisti o le Sette Chiese dell’Apocalisse secondo Giovanni.
 Questa energia è simile ad un serpente (Caduceo di Mercurio) che scorre attraverso la colonna vertebrale e arriva fino alla ghiandola pineale che si apre come una pigna (da cui il nome pineale) secernendo ormoni (melatonina), che rappresentano le ali del Caduceo.
Per compiere l'Opera di Salvezza del Sole-Cristo-seme, non basta risorgere, ma ciò che è diviso si deve ricongiungere.
Un’antico mito narra che Iside e Osiride erano uniti, attaccati insieme al grembo della loro madre. Ma questo grembo non poteva contenerli uniti ed essi si dovettero dividere, venendo perciò alla luce separatamente . Per tutta la loro vita, essi cercano di riunirsi. Quando Osiride venne colpito, annegato ed ucciso dal fratello Seth, Iside trovò il suo cadavere e lo protesse in un luogo nascosto. Ma Set lo scoprì e fece a pezzi il corpo di Osiride, tagliandolo in 18 pezzi (14 per alcune fonti): la testa, gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca, le mascelle, la barba, le labbra, la lingua, il tronco, il collo, le mani, le unghie e le caviglie, l’addome, le spalle, gli organi genitali, l’osso sacro e la spina dorsale, i piedi. Poi, Set disperse le diverse parti del corpo in vari angoli del mondo. Iside allora cercò e trovò i frammenti del corpo del suo fratello-amante Osiride. Iside è la sorgente di reintegrazione e rianimazione di Osiride.
A Busiride, Iside aveva ritrovato l’Osso Sacro e la colonna di Osiride. Nel tempo, Busiride sale alla ribalta come centro del culto di Osiride: il culto della “Erezione del Venerabile Djed” sul nuovo anno Egiziano, in Autunno.
“Sollevati, Osiride, tu hai la tua spina dorsale. Oh cuore silenzioso, hai tendini del tuo collo e della schiena. Trova fondamento sulla tua stessa base. Io verserò acqua sotto di te” (Budge, 1972, p. 65).
Il Cristo-sole-seme risorto sale in cielo, e si siede alla destra del Padre, nell’emisfero destro del cervello, celebrando le Nozze Alchemiche con l’emisfero sinistro (le sue nozze con la Maddalena) riformando cosi l'archetipo dell’Androgino Sacro. Ha realizzato così la Grande Opera,e da burattino come Pinocchio, è diventato un Uomo.
Dunque secondo l'Archetipo della Resurrezione del Sole ogni uomo o donna può concretizzare questo processo.
L'Uomo è Humus, è Natura, fecondato dall’energia del Sole invictus - Cristo - Mitra - Osiride, a prescindere dal nome che gli si voglia dare.  


di Gandolfo Dominici.


Fonti:
-Budge, E. A. Wallis, From Fetish to God in Ancient Egypt, New York, 1972

giovedì 9 giugno 2011

Il problema mente/corpo (di Maurizio Matteuzzi)

L'anima e il corpo
La visione intuitiva del problema mente/corpo è quella dualista; è questo un pre-supposto spesso implicito radicato nel nostro modo di sentire ordinario. La ragione storica è sicuramente molto ben delineata, ed affonda nella tradizione giudaica, aristotelica, cattolica, cartesiana. Già nell'abbrivio dell'Antico Testamento leggiamo che "lo spirito di Dio aleggiava sulle acque" [Gen, 1,2]. E, di seguito, Dio crea l'uomo infondendogli la vita che è il suo respiro:
«Dio il SIGNORE [YHWH] formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici l'alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente (ebr. Nèfesh hachaiyàh; latino animam viventem; greco psychè ton zòion). » [Gen, 1,7]. 
Anima è termine semanticamente sovradeterminato, potendosi ricomprendere in esso il soffio in senso materiale (il pneuma), la mente (psyché), la vita, la personalità, l'individualità, ecc. 
La visione arstotelica, nel distinguere una materia (yle) da una forma (eidos, secondo l'ascendente platonico, ma anche, diversamente, morfé, come forma in senso iconico ,e a volte, razionalisticamente, logos), assume l'ente come sinolo delle due; e questo è il fondamento della definizione tomistica di uomo come unione di corpo e anima che diviene canone definitivo per la dottrina cattolica.
Cartesio, nel determinare la nascita della filosofia moderna, con il suo drastico mutamento del punto di partenza, che si sposta per sempre dall'oggetto conosciuto al soggetto conoscente, con il suo rivoluzionario cogito, perviene in fine al più esplicito, eclatante, insanabile dualismo tra res cogitans eres extensa: il regno delle idee e del libero arbitrio, da una parte, il meccanicismo deterministico dall'altra.
Nella metà del secolo scorso, quando, sul nascere dell'intelligenza artificiale, si cercò una definizione di intelligenza che potesse ricomprendere sotto una più ampia generalità tanto l'intelligenza umana quanto quella delle  macchine, i così detti padri fondatori delinearono il celebre paradigma del sistema fisico/simbolico: intelligenza è capacità di elaborare simboli sopra un processore materiale.
In conclusione, nessuno potrebbe sostenere che la fanfara del dualismo non gli sia mai risuonata nelle orecchie, magari mentre pensava ad altro.
Ma, sgombrando la nostra riflessione da ogni pre-giudizio, come si confugura la questione nella sua formale generalità?

L'uno e i molti
All'orgine della questione dobbiamo mettere il problema di fondo, il primo, il più essenziale dei problemi, quello dell'essere in quanto tale, dell'essere senza alcuna specificazione. La domanda da cui ogni altra discende è dunque se qualche cosa vi sia, e che cosa eventualmente essa sia. Tale è la domanda originale, quella stessa che molti, troppi approcci moderni hanno tentato in ogni modo di eludere, bollandola di "metafisicità", di scarsa chiarezza, di essere un non senso; l'hanno negata non comprendendo che la loro eventuale (per puro assurdo) vittoria avrebbe conseguentemente vanificato loro stessi (come ogni altra cosa, del resto). 
Partendo dal minimo impegno ontologico possibile, potremo cominciare a stabilire per intanto, chel'essere è uno o non è uno, e cioè è molti; il caso al di sotto dell'uno non potendo verificarsi senza che scomparisse la nostra stessa argomentazione. Ecco dunque  la prima ipotesi, l'essere è uno: il monismo. L'esempio più paradigmatico è senza ombra di dubbio Spinoza, il Deus sive Natura: il Tutto, Dio, la Natura, il Mondo sono la stessa, una stessa cosa. Pensiero ed estensione, il modo cartesiano di dire mente/corpo, non hanno allora carattere cosale, ma sono due degli infiniti attributi del Tutto, i due soli che si porgono alla nostra conoscenza. Il loro statuto ontologico è quello del darsi come modalità, come modi di essere, come facce della stessa oggettualità. 
Se rifiutiamo questa assunzione, di mente/corpo come modi, e seguiamo la via opposta della loro sostanzializzazione, allora ci si presenta da subito una ulteriore alternativa, e cioè che il reale sia costituito tutto dall'una o dall'altro. Così avremo il materialismo, sotto l'ipotesi della corporeità, o lo spiritualismo, o l'idealismo (in senso non platonico) sotto l'altra. Si pensi all'atomismo di Democrito, o, modernamente, al marxismo ad esemplificazione del primo caso, e all'idealismo fichtiano nel secondo, là dove il non-io, il mondo, diviene residuo dell'attività dell'io. Una variazione significativa può allora essere quella di assumere ciò che vi è come non riconducibile né al mentale né al corporeo, ma a qualcosa di indistinto rispetto a tale contrapposizione, o comunque di diverso da entrambi. E' questo il caso del così detto monismo neutro di Russell (nella sua veste originale o nella riproposizione di Davidson), secondo il quale l'uomo si troverebbe in un punto intermedio di un continuum che gli appare mentale nelle sue forme superiori e materiale in quelle inferiori.
Negare l'ipotesi monistica, e al di fuori del dualismo, del quale stiamo appunto analizzando le alternative, conduce poi al pluralismo: se un solo tipo di cosalità non basta, perché, negata l'unicità, ci si dovrebbe fermare a due? Si prenda ad esempio Leibniz: il reale è costituito da monadi, e queste sono né una nè due, ma al contrario infinite. D'altra parte, perché un Dio creatore, onnipotente, avrebbe dovuto risparmiare sugli enti? All'opposto, la ricchezza ontologica del creato definisce il migliore dei mondi possibili proprio come la realizzazione del massimo di compossibilità. Il reale diviene l'esito di un processo calcolistico di ottimizzazione, contrapposto antitetico del rasoio di Okham (che pure lo stesso Leibniz fa proprio in sede di logica). Le monadi essendo punti metafisici, ma anche, altrettanto, rappresentazioni, possone essere ricomprese come menti. La materia è allora antitipia, resistenza residua, correlata, ancorché non con-fusa in un sinolo, con la monade. Il problema del rapporto mente/corpo, relegato da Cartesio entro i poco sicuri confini della ghiandola pineale, viene allora ridefinito come hypothesis concomitantiae: la perfezione del creatore è garanzia certa di perpetua sincronia; così che, proprio quando io penso di prendere la penna, il mio braccio la prende, non perché qualcosa transiti effettivamente dalla mente al corpo, ma perché si realizzi la concomitanza stabilita ab initio. Difficile da credere? Forse non più che una volizione si faccia legge meccanica, sotto l'ipotesi dualista. 
Il modo canonico di esporre la gerarchia delle monadi è secondo la metafora della luce, quella stessa che il Paradiso dantesco ha nobilitato in letteratura: dalla monade totalmente illuminata, la monade-dio, alla monade correlata alla materia inanimata, mente totalmente buia, priva di attività, e tuttavia, lo stesso, mente: come la nostra, in una notte senza sogni.

Forse è meglio pensarci ancora un po'
Sul versante operativo, un po' di luce ci viene dal tentativo di riprodurre l'intelligenza. Dell'ipotesi del sistema fisico-simbolico s'è detto. All'opposto, chi si è ispirato al cervello come organo è approdato al paradigma connessionista: il cervello è una rete di neuroni, oggetti oltremodo semplici, ma in grado di aggregarsi e interagire generando sistemi di enorme complessità, olisticamente dotati di capacità impensabili come somma delle abilità locali. Il pensiero allora sarebbe il secreto del cervello, senza un modello teorico razionalisticamente precostituito, ma progressivamente determinato nei millenni dalle leggi della selezione naturale. Così, il cervello pensa come lo stomaco digerisce, senza un telos, senza, sopra tutto, alcun intervento della trascendenza. 
Sulla sponda opposta, i cognitivisti si dibattono nell'imbarazzo di spiegare cosa di assolutamente non fisico possa sostanziare il mentale, e come esso possa causare lo spostamente di un chilo per un metro; su questa, un disagio forse non inferiore si avrà a dover sostenere per che soglie e per che pesi si possa realizzare una fuga di Bach, o il conte Ugolino.

sabato 4 giugno 2011

Il vuoto e la realtà secondo la Cabalà.

Il rabbino polacco del XVII secolo Israel ben Eliezer meglio noto come Ba'al Shem Tov riferendosi alla dottrina cabalistica del Tzimtzum diceva che;
“Dio, l’Illimitato, ha attualizzato la limitazione e ha posto in Se stesso il “luogo” per crearvi i mondi”
 Il termine Tzimtzum può essere tradotto con “ limite” o “contrazione". Ce ne parla per primo Isaac Luria rabbino cabalista del XVI secolo per specificare il mistero divino da cui origina la creazione. Secondo la dottrina del Tzimtzum, Dio ritrasse la Luce da una parte di Se stesso generando il vuoto per consentire l’espansione dei mondi e far si che le anime, gli angeli e il mondo fisico potesse esistere.
Tale concezione ha degli interessanti parallelismi con quanto sostenuto dalla moderna fisica quantistica che ci dice chela materia è composta prevalentemente di vuoto e che le stesse particelle non sono entità materiali nel senso che comunemente intendiamo ma sono entità energetiche non determinate e probabilistiche. La scienza noetica ritiene che le “particelle” subatomiche siano in realtà intenzioni, dunque pensieri, costruzioni della mente che diventano determinate solo quando le si ritiene tali.
Per  la Cabalà, Dio, l’Uno assoluto, non ha "parti" è Infinito quindi comprende tutto anche ciò che a noi sembra separato ma che in realtà  sono solo forme apparenti che non si distinguono dalla indivisibile e infinita realtà universale dell’Uno.
Il “luogo” da cui é stata ritratta la Luce perché fosse creato uno spazio per la creazione di tali forme, ma non è cosa scissa dall’Uno.
Dio è dunque paradossalmente concepito come sia trascendente che immanente. Nello Tzimtzum, tale paradosso si riferisce ai seguenti aspetti:
  • Dio ha dovuto “restringere” la sua infinità ritraendo la sua Luce, poiché se non l’avesse fatto l’universo sarebbe stato schiacciato dalla sua totalità e la creazione non sarebbe stata possibile, in tal senso Dio è trascendente;
  • Dio deve comunque mantenere la sua presenza in tutte le cose che senza Dio non potrebbero esistere. Dio è dunque immanente.
 Il rabbino Schneur Zalman of Liadi ci dice:
“La forza vitale Divina, che porta all’esistenza tutte le creature, deve essere costantemente presente al loro interno, per ricrearle e rivivificarle continuamente. Se tale forza vitale venisse a mancare anche per un solo attimo diverrebbe nulla come prima della creazione dell’universo”.
Nella Cabalà il vuoto primordiale si manifesta in Malchut  e diventa  il “ luogo del mondo”. La Luce divina, ritirandosi, ha lasciato nel vuoto il suo “sacro seme” da cui si generano tutte le cose create che costituiscono l’universo.
Dunque ogni cosa dell’universo grande o piccolo è creata ad immagine del cosmo intero; tutto è Uno.
Ogni cosa creata é vuoto vivificato dalla “scintilla divina”, cosi come per la fisica la materia è vuota ed esiste per via di particelle-energia.
In fisica l'Energia di vuoto è un'energia presente in stato latente nello spazio ed è legato ai vorticosi fenomeni di creazione e annichilazione di particelle che si verificano quando si cerca di osservare il vuoto a delle distanze estremamente piccole in cui gli effetti quantistici entrano in gioco in modo decisivo. L'energia del vuoto provoca l'esistenza di tutte le forze fondamentali .
Tale energia può essere vista come il “sacro seme” di Dio che è nascosto nel vuoto di tutto ciò che è creato.
L’intera esistenza e ciò che noi percepiamo come realtà sarebbe dunque un “miraggio” nel vuoto cosmico e dentro la mente di Dio che è l’Uno.
Gli archetipi sarebbero  “simboli” di verità eterne nella mente di Dio.   
La Cabalà definisce, infatti, il creato come Habel con il significato di “vanità” o “illusione” ,
Nel Qoèlet della Bibbia dice:. [I,2] si dice che Salomone esclamò:
“Vanità delle vanità!Ttutto è vano!”.
Lo Zohar Shemoth 10b commenta tale esclamazione:
“In questo libro il re Salomone ha parlato delle sette vanità (Habalim) su cui poggia il mondo; esse sono le sette colonne (sefirotiche dell’Edificio Cosmico) che sorreggono il cosmo nei suoi sette cieli (che da esse derivano), Vilon, Rakija, Sbecbakim, Sebul, Ma’on, Machon, Araboth (nonché nei loro sette effetti terrestri o "sette terre" e infine anche nelle loro tenebre infere o "sette inferni"). E appunto nei confronti di questi che Salomone ha esclamato: "Vanità delle vanità!... Tutto è vano!”. Esistono sette cieli o firmamenti e altri (più profondi piani esistenziali) che (essi pure con una divisione settenaria) derivano da quelli e con essi rimangono uniti, sicché si danno sette vanità (fondamentali) e altre ancora che derivano da esse (e tutte insieme formano la “grande illusione” del “secondo”; in realtà, dell’‘Uno senza secondo”).Nella sua saggezza, Salomone ha parlato di tutte queste illusioni (nonché dei loro archetipi e cause, cioè delle sette Sephirot dell’Edificio Cosmico”.

 Le sette Sephirot cosmologiche sono i principi primordiali della “grande illusione “, sono le vanità. Esse sono illusioni, nel senso di possibilità (e anche qui è possibile un collegamento con la fisica quantistica) o potenziali della creazione, che trasmettono l’illusione dell’ “altro”.
Leo Schaya ci fa notare che:
“L’Ecclesiate (Qoèlet) dice che la vanità si trova “ sotto il sole”, cioè sulla terra. Il sole, infatti, e l’immagine di Tiphereth che unifica in se stessa le sei Sephiroth attive; la “ terra”, invece, è il simbolo di Malchuth, la Sephirah ricettiva e sostanziale dell’Edificio Cosmico: soltanto in essa, cioè nella inabitazione di Dio, si forma, perdura e svanisce l’illusorio “miraggio” del cosmo”. 2
A riguardo lo Zohar Tikkune dice:
“Per questo al principio della storia della creazione (nella Sacra Scrittura) si parla soltanto di Elohim (“Dei", indica l’unita del potere creatore immanente), che indica la Shechinah (immanenza di Dio, mentre non si fa menzione di JHVH, cioè della trascendenza divina). Tutto ciò che è stato creato, dalle Chajoth e dai Seraphim (gli angeli superiori) fino al più piccolo verme della terra, vive in Elohim e in virtù di Elohim. La creazione è l’opera della Shechinah, che si prende cura di essa come una madre dei propri figli”.
L’universo è dunque illusorio esternamente ma internamente è reale poiché contiene Dio.
La creazione è illusione dell’esistenza di “altro”, ma intimamente è Uno.
E’ allo stesso tempo illusione di pienezza e essenza di vuoto, parvenza transitoria  ed essenza eterna. Lo stesso vuoto è ritrazione della Luce ma non di Dio che è Eterno Nulla. Allo stesso modo la fisica ci dice che la materia è illusione di pienezza ma che è essenzialmente vuota, ci dice che esiste ma allo stesso tempo è nulla.
La “vanità” delle cose consiste sostanzialmente nella loro vuotezza, che si tramuta illusoriamente in sostanza e corpo. Tale vuoto è però anche specchio che riflette l’essenza del reale. Tale specchio è composto dalle espressioni simboliche degli archetipi eterni, che come in Platone sono ponti verso la realtà vera dell’Uno.

(di Gandolfo Dominici)

Note e Fonti:
1 - The Tanya of Rabbi Schneur Zalman of Liadi, spiegato da Rabbi Yosef Wineberg, Kehot Publication Society (http://www.chabad.org/library/tanya/tanya_cdo/aid/7988/jewish/Chapter-2.htm)
2- Leo Shaya – L’Uomo e l’Assoluto second la Cabala – Rusconi – 1999 – p.86 
- Rabbi Moshe Miller, The Great Constriction, kabbalaonline.org