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martedì 29 dicembre 2015

L'ARCHETIPO DELLA SPADA DALLA TRADIZIONE A STAR WARS

L'uomo ha da sempre riversato nella spada profondi significati che vanno ben oltre il suo utilizzo pratico. Essa in primo luogo ha gli scontati significati di difesa e di offesa da cui derivano quelli di dualismo tra il bene e il male, a seconda dell'uso che di essa si faceva. Per il suo uso, da tali concetti sono derivati il Codice Cavalleresco in Occidente ed il Bushido nell'estremo oriente, entrambi come Codici d'onore. La spada era un segno distintivo del Cavaliere del Samurai  e anche dello Jedi, essa è un “marchio” che contraddistingue gli iniziati guerrieri.
In questo senso la spada è il simbolo per antonomasia della condizione militare e delle virtù relative al coraggio; espressione di nobiltà, di forza virile, e di altezza morale. Essendo però simbolo di potere essa ha in se una dualità da un lato costruttiva di giustizia e dall'altro distruttiva di prevaricazione.
Nella tradizione cavalleresca, dunque, la spada se brandita da mani capaci e giuste esprime “forza benefica”; ma se cade in mani indegne ed impure può divenire “malefica”.
La sua dualità contiene il maschile e il femminile; il bene uniti in un unico oggetto. Da questa unione di opposti la spada trae la sua forza che può essere anche divina (Bibbia: “La spada dello spirito che è la parola di Dio” E.F. 16-17).

La spada, come simbolo della volontà divina, anima e protegge i giusti, punisce gli ingiusti e simboleggia il Verbo divino. Nell’Apocalisse di Giovanni è rappresentato il Verbo Personificato (il Cristo) dalla cui bocca fuoriesce una spada a doppio taglio i cui due fili taglienti stanno a significare il duplice potere di giustizia: combattere il “male” e difendere i “giusti” (Cfr. Bessi).
La spada come simbolo di Giustizia viene di solito raffigurata come una spada a doppio taglio.
Raimondo Lullo (Cfr."Libro dell’Ordine della Cavalleria”) scrive:
“al cavaliere si dà la spada, che nella forma è simile alla croce, per significare che, come N.S Gesù Cristo vinse sulla croce la morte, nella quale eravamo incorsi per il peccato di nostro padre Adamo, così il cavaliere dovrà con la spada sterminare i nemici della Croce. E poiché la spada ha due tagli e la Cavalleria è fatta per mantenere la giustizia, che consiste nel dare a ciascuno il suo, per questo la spada vuol dire che, per mezzo di essa, il cavaliere deve mantenere la Cavalleria e la Giustizia”.
La spada unita alla bilancia della Giustizia diviene simbolo di discernimento. Grazie alla ponderazionedella bilancia: la forza con il controllo. Cosi la spada è rappresentata anche nei Tarocchi di Wirth nell'Arcano VIII, la Giustizia. Questo Arcano richiama nelle fattezze l’Arcano III, l’Imperatrice, ovvero il simbolo dell’Idea Creatrice. La Giustizia è tuttavia una figura dura e severa, che agisce. La sua raffigurazione siede su un trono massiccio come il cubo d’oro dell’Arcano IV, l’Imperatore, col quale è in stretta relazione di significato. Mentre l’Imperatore è la personificazione del principio numerale generatore della vita la Giustizia ne concretizza l’autorità terrena.

La spada viene anche associata a elementi naturali di forza, come il fulmine, il fuoco o il sole che colpiscono e folgorano come la luce riflessa sull'acciaio della sua lama.
La lama, nella sua lucentezza è come un doppio specchio dove il cavaliere può vedere riflesse le sue virtù ed i suoi vizi, in una dualità che viene qui simboleggiata dalla duplicità del taglio.
Anche l’operare della spada è per certi versi analogo a quello della Luce, che contrasta le tenebree l’oscurità dell’ignoranza. La spada è purificatrice come il fuoco, la purificazione con essa avviene sia con il lungo ed estenuante apprendistato per conoscere i segreti del suo utilizzo in battaglia sia sia per l'acquisizione della fermezza d’animo nel colpire ed uccidere l'avversario. La cerimonia di consacrazione dei cavalieri occidentali avveniva infatti mediante l’imposizione della Spada da parte del Vescovo, significando la trasmissione attraverso l'arma della virtù divina al nuovo cavaliere.

Nella "Genesi", si narra che Dio avesse posto due cherubini armati di spade di fuoco a guardia del sentiero che conduceva all'Albero della Conoscenza.
Nella Cosmogonia orientale, una spada fiammeggiante fu posta in mano ad esseri spirituali chiamati Deva, che analogamente ai Cherubini nel giardino dell'Eden erano posti a "guardia" del Regno spirituale. Nell'antico testamento Adamo ed Eva furono cacciati dall'Eden da angeli armati di spade infuocate e gli angeli ribelli vennero precipitati dal Paradiso spinti da "lingue di fuoco".
Anche nella iconografia buddista la lama di fuoco è simbolo della lotta per la conquista della conoscenza e per la liberazione dai desideri materiali. E cosi è anche per la cultura induista, dove la spada di fuoco di Vishnu è simbolo di conoscenza ottenuta con il fuoco che rischiara dalle tenebre dell'ignoranza.
Nell' Apocalisse la spada rientra nella visione dei tre flagelli (guerra, pestilenza, carestia), con cui Dio manifesterà la sua potenza dopo la battaglia dell'Armageddon. La trilogia dei flagelli si trova anche nei libri cosiddetti di "Geremia" e di "Ezechiele", nei quali la spada infuocata simboleggia il potere del Logos divino e del Sole.
La spada fiammeggiante,è dunque un archetipo universale di energia spirituale espressa anche attraverso l'Elemento Fuoco.


Le spade mitologiche nella mitologia medievale hanno un nome proprio ad indicare una loro personalità che abbinata alle virtù di chi la impugna possono esprimere forza benefica. Ve ne sono innumerevoli (Aradonight - spada di Lancillotto.; Balisarda - spada di Ruggero; Caladbolg - spada di Fergus mac Róich; Claíomh Solais - spada di Nuada Airgeadlámh, re d'Irlanda; Colada - spada di el Cid; Cortana - Sspada di Edoardo il Confessore; Crocea Mors - spada di Giulio Cesare; Gramr (Balmung) (Nothung) - spada di Sigfrido; Hrunting e Naegling - spade di Beowulf , …) ma le più famosa sono senza dubbio Durindana di Orlando e Excalibur di Artù.

Durindana, secondo la tradizione del ciclo carolingio, è la spada di Orlando, paladino del re dei franchi Carlo Magno. Secondo la leggenda essa fu donata ad Orlando proprio da Carlo Magno. Nell’Orlando Furioso di Ariosto si narra che essa era molto antica e appartenne ad Ettore di Troia:
“Non porta spada né baston; che quando l'arme acquistò, che fu d'Ettor troiano, perché trovò che lor mancava il brando, gli convenne giurar (né giurò invano)che fin che non togliea quella d'Orlando, mai non porrebbe ad altra spada mano: Durindana ch'Almonte ebbe in gran stima, e Orlando or porta, Ettor portava prima.”
(canto XIV, 43)
Il nome Durindana, secondo alcuni deriverebbe dal latino durus (duro) oppure da "d'Orlandana, spada di Orlando".
Nella Chanson de Roland si narra, che Durindana contenesse nell'elsa diverse reliquie: un dente di San Pietro, il sangue di San Basilio, i capelli di San Dionigi e un pezzo di vestito della Vergine Maria; tali reliquie le conferivano un potere divino. Quando Orlando tentò di distruggere la spada a Roncisvalle per non farla cadere in mani nemiche, creò con l'impatto la Breccia di Orlando, nei Pirenei; la spada però, non si ruppe e Orlando la gettò allora in un fiume avvelenato. Secondo alcune leggende popolari, la spada si troverebbe ora a Rocamadour, in Francia.

Excalibur è probabilmente la più famosa spada magica nella tradizione occidentale, le sue vicende sono narrate nelle opere del ciclo bretone.
Excalibur è una delle spade mitologiche di Re Artù che fu l'unico uomo in grado di estrarla dalla roccia. Tuttavia occorre precisare che sebbene Excalibur venga oggi universalmente identificata con la spada nella roccia in alcune narrazioni le due spade distinte.
Anche l'etimologia del suo nome non è chiara si può fare risalire a due ceppi linguistici molto differenti: quello latino e quello celtico. Secondo l'etimologia latina Excalibur deriverebbe dal nome di un'antica popolazione di fabbri chiamati "Calibi" che l'avrebbero forgiata (letteralmente proveniente dai Calibi). Altre interpretazioni dal latino si rifanno alla sue doti di imporre la giustizia, dunque ex "calibro" cioè in perfetto equilibrio. Secondo l'etimologia celtica invece il suo nome deriverebbe da Caliburn, cioè "acciaio lucente" o "acciaio indistruttibile".
Excalibur non è l'unica “spada nella roccia”, ve n'è una in Italia nei pressi dell'abazzia di San Galgano. L'abazia gotica fu costruita in memoria di San Galgano, a Montesiepi (Chiusdino), vicino Siena. In una piccola cappella su una collina sovrastante si trova una spada conficcata nella roccia da cui fuoriesce soltanto l'elsa ed alcuni centimetri della lama formando la figura di una croce.
La vicenda leggendaria della spada di San Galgano è ricca di valenza simbolica. Galgano Guidotti rinunciò al dominio rappresentati dalla spada per dedicarsi totalmente alla croce, simbolo estremo d’amore, pace e rinunzia alla violenza, e mentre conficcava la spada nella roccia pronunciò la frase:
“In terram pro cruce spatam fixit”.
La forma a croce della spada nella roccia di San Galgano rimanda ad un altro aspetto simbolico della spada. Nel Medioevo tale croce formata dall’elsa fu fonte di diverse elaborazioni mistiche secondo le quali in tale forma dell'elsa con la lama si rispecchiavano i valori cristiani della cavalleria. Cosi nell'iconografia di diversi santi questi vengono raffigurati muniti di spada, che utilizzano in gloriose tenzoni con creature e nemici malefici. Secondo una leggenda Santa Caterina fa rinvenire sotto un altare a Giovanna d’Arco la spada con cui combattere per la libertà della Francia.
Il centro della croce è ciò che fonde, che amalgama, che mescola gli elementi in un equilibrio da cui scaturisce la vita. È l’opera divina, è il soffio di Dio sulla materia inerte, è il quinto elemento: il Vivificatore.

Così come in Occidente anche in Giappone troviamo “spade leggendarie”.
Anche la "katàna", la spada giapponese dei "samurai", secondo la tradiziona nipponica assolve alla duplice funzione di strumento di giustizia o di dispotismo a seconda dell'uso che se ne sarebbe fatto in combattimento.
Ama no Murakumo (天叢雲剣), tradotto Spada del Paradiso è una spada leggendaria di cui si parla nel testo mitologico giapponese “Koijiki”.
Secondo il mito nipponico, Susanoo (dio del mare e delle tempeste) un giorno si imbattè in una famiglia disperata per avere perso sette figlie sacrificate al malvagio mostro a otto teste Yamata no Orochi, che richiedeva vergini in sacrificio minacciando altrimenti la devastazione dell'intera provincia, era rimasta loro solo una figlia Kushinada e temevano ora per la sua vita. Susanoo si innamorò della giovinetta ed escogitò un piano per sconfiggere il mostro, in cambio della sua mano. Trasformò Kushinada in un pettine e ordinò che fossero raccolti otto barili di sake, da disporre di fronte alla casa della ragazza, dove il mostro si sarebbe presto recato per reclamare il sacrificio della vergine. Yamata no Orochi giunto a casa di Kushinada, trovò gli otto barili di sake e si ubriacò cadendo addormentato. Mentre dormiva Susanoo tagliò tutte e otto le teste del mostro uccidendolo.
Dopo avere tagliato le teste di Yamata no Orochi, il dio Susanoo iniziò a recidere le code del mostro, riuscì a tagliare le prime sette senza difficoltà, ma quando giunse all'ottava coda, la sua spada trovò qualcosa di estremamente duro; fu così che Susanoo trovò la spada Ama no Murakumo (detta anche Kusanagi).
Molti secoli dopo durante il regno dell'imperatore Keikō, la spada passò nelle mani del grande guerriero Yamato Takeru, come dono della zia, la principessa Yamato, Vergine del Tempio di Ise,
Yamato Takeru cadde però in un'imboscata ordita da un vile signore della guerra. che con delle frecce infuocate, intrappolò l'eroe in un cerchio di fuoco. Yamato Takeru cercò di usare la spada per impedire alle lingue di fuoco di raggiungerlo e scoprì in tal modo che l'arma leggendaria aveva il potere di dirigere l'aria ed il vento; creò dunque un passaggio tra le fiamme mettendosi in salvo. Da allora, Yamato Takeru chiamò la spada Kusanagi, cioè Spada Falciatrice d'Erba.

Secondo alcune tradizioni iniziatiche sia orientali che occidentali, il guerriero-cavaliere che porta la spada è in gradi di unire il fisico e lo spirituale, unendo l'essenza della spada a quella di se stesso in perfetto equilibrio. Solo chi riesce ad unire ed equlibrare questi aspetti potrà definirsi un guerriero.
Secondo tali concezioni la spada è rappresentazione dell'Uomo: il pomo è la testa; il manico è il collo, il paracolpi sono le spalle, il fodero è il corpo; la lama è la colonna vertebrale che racchiude l'anima e la punta è il coccige. (Cfr. Cuneo)
La lama simboleggia l'anima poiché è lucente e riflette la Luce del Sole Creatore.

In termini alchemici, la "spada de' filosofi" rappresenta il fuoco del crogiuolo ed è anche legata simbolicamente all'acqua ed alla figura del drago, intesa come derivazione dalla metamorfosi del fuoco.
Le leggende europee narrano di Exacalibur, spada sacra custodita in uno specchio d’acqua calma e limpida.
Ma anche qui ci troviamo di fronte ad un archetipo universale, infatti anche nella mitologia nipponica le spade venivano estratte dagli eroi dalle viscere dei draghi uccisi, oppure prelevate dal letto dei fiumi.
In tali leggende, se gettate in acque correnti, le spade sacre si trasformavano in draghi lucenti, e se conficcate nel terreno creavano fonti e laghi sacri.
Excalibur è custodita dalla Dama del lago, divinità pagana che si poteva intravedere negli specchi di acqua. La Dama donala spada all’uomo giusto che avrebbe usato la sua forza per la giustizia.

Andando a saghe e simbologie più "contemporanee" troviamo forti valori archetipi della spada in Star Wars.
La spada di un cavaliere Jedi è parte integrata di colui che la impugna, una estensione del cavaliere Jedi e della sua identità. E' un oggetto sacro che solo i cavalieri Jedi posso utilizzare in maniera efficace grazie alla Forza.  I Jedi essendo cavalieri appartengono a una ristrettissima elite di guerrieri mistici, dotati di un potere spirituale dato loro in dono dalla Forza. Le spade laser rimandano alla spada fiammeggiante con poteri soprannaturali. 
Le spade di Star Wars però non sono sempre portatrici di giustizia ma  proiezioni dell'identità morali dei cavalieri Jedi. come detto sopra posso essere portatrici di giustizia o di malvagità a seconda di chi le impugna. Si riscontra una analogia con il ciclo dell'anello del Nibelungo di Wagner. Nella Valchiria del ciclo dell'anello del Nibelungo, Siegmund trova la spada del padre, come accade a Luke e nel settimo episodio alla figlia di Luke. Sigmund perde mano e spada (per volontà del suo vero padre Wotan) nel suo scontro con Hunding in maniera analoga a Luke contro suo padre Dart Fener.  La spada di Siegmund dovrà essere riforgiata e il rinnovamento dell'arma è simbolo di presa di coscienza interiore del cavaliere come avviene anche in Star Wars dove  Luke deve ricostruire la propria spada in sostituzione di quella perduta nel suo processo di crescita per diventare Jedi. 

La spada  ha idunque molteplici significati simbolici, essa è  archetipo di forza (e se usata per il bene di giustizia) che si trova in tutte le culture e in tutte le epoche, dalla mitologia antica alle saghe moderne come Star Wars.

Gandolfo Dominici

Fonti:
  • Altomonte Athos A. - “Sulla Trasmutazione metallica” – Esonet
  • Bessi L. - "La Spada Sacra" un viaggio per il risveglio della coscienza - L'Archivio Editore, 1998
  • Bessi L. - "La spada Occidentale" Combattimento, arte sacra, iniziazione” - Castelvecchi, 2005
  • Biedermann H. - “Enciclopedia dei simbolo” - Bompiani, 1999.
  • Chevalier J. - “Dizionario dei simboli, ed. Rizzoli, 1986.
  • Cirlot E. - “Dizionario dei simboli” - Siad, 1988.
  • Corbetta G. - Magia della Spada- 
  • Cuneo M. - “La Spada. Un'arma aristocratica”
  • Durville H. - “Le armi e la magia” - Dioscuri, 1987.
  • Guènon R. - I Simboli della scienza sacra” - Adelphi, 1978
  • Lullo R. - "Il libro dell'ordine della cavalleria" - Arktos, 1994
  • Pegoraro P. - Simbologia della spada 
  • http://www.guerrestellari.net/athenaeum/influ_menuradici_spada.html
  • files.splinder.com/ea403c15d35078c3662bc90ee24bc47b.pdf

giovedì 25 giugno 2015

Le Nozze Alchemiche


"Io invoco il grande Eros, fonte di soave delizia,
santo e puro, e amabile alla vista;arciere alato, desiderio ardente impetuoso,che giochi con gli Dei e i mortali, errante fuoco […]"

Thomas Taylor, trans. (1792) The Hymns of Orpheus, p.189



Al volgere dell’ultima parte di maggio entriamo nel segno astrologico dei Gemelli. I Gemelli nella tradizione misterica occidentale sono associati alla carta degli Amanti nei tarocchi. Le immagini tradizionali di questa carta mostrano una coppia che sta in piedi sotto Eros in una cerimonia di unione.
L’Amante e la Stella, rappresentano l’uno l’affettività e l’altro la speranza, come se questi due valori fossero il perno attorno al quale gravitano tutti gli altri, messi in campo dall’abbinamento degli altri arcani maggiori.

     Un giovane uomo è al centro del VI arcano, vestito di una tunica a bande verticali azzurre, rosse e gialle. Due donne lo affiancano: alla sua sinistra una donna bionda avvolta in un abito azzurro e in una cappa azzurra dai bordi rossi dirige la mano sinistra verso il petto del giovane, mentre la palma dell’altra mano si volge verso il basso.

     A destra dell’amante una donna vestita di un abito rosso a grandi maniche azzurre, coi capelli azzurri sormontati da una specie di pettinatura o corona gialla posa la sua mano destra sulla spalla destra del giovane e apre l’altra in direzione del terreno.


     La prima delle due donne è seducente, la seconda, dal lungo naso, ha l’aspetto severo e senile, ma è lei che il giovane guarda. Sopra di lui, un Cupido dalle ali azzurre è al centro di un cerchio solare dai raggi azzurri, gialli e rossi; tiene in mano un arco e una freccia bianca che dirige verso i due giovani.

Le interpretazioni della'arcano appaiono numerose: l’amante esprime la scelta giudiziosa e difficile a farsi; il libero arbitrio, il contraccolpo traumatico; l’accordo o il disaccordo; la prova, la determinazione della volontà; l’esame e l’incertezza; la tentazione pericolosa.

Gli Amanti rappresentano il fondamentale desiderio umano di un’unità con quello che non è il proprio Sé; ma per fare questo abbiamo ben bisogno di unire le disparate parti di se stessi. Così come un’unione esteriore, gli Amanti possono rappresentare un’unione interiore tra l’ego, la parte di noi stessi che pensiamo come “me”, e il Sé più profondo che comprende tutto ciò che siamo, sia il bene che il male.

Ma questo arcano rappresenta anche i valori affettivi e la proiezione della doppia immagine che l’uomo ha della donna. Non una semplice femmina ma la Venere dei crocicchi, ispiratrice di amore carnale o platonico, che non cessa di rivestire forme molteplici di fronte alle quali l’uomo esita perché in fondo non conosce se stesso. 

      L’uomo, sia che nasconda un conflitto inespresso, sia che esiti di fronte ai termini di un conflitto che sta emergendo, deve prima di tutto realizzare la presa di coscienza esauriente degli elementi che lo lacerano, poi la loro ricerca obbiettiva, cioè l’accesso a una posizione che lo renderà indipendente nei loro confronti.


     Solo a questo punto, è possibile una sintesi costruttiva: tale è la dialettica fondamentale di ogni progresso della coscienza. E tale è una delle lezioni simboliche date dagli amanti, portatori dell’ego affettivo di fronte al quale si pongono e nel quale si risolvono tutte le nostre scelte.

Lo scopo della ricerca spirituale è trovare noi stessi, chi e cosa in realtà noi siamo la strada nel labirinto interiore, il V.I.T.R.I.O.L. (Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem) della ricerca alchemica. Ciò si può ottenere evolvendo verso la ricerca di noi stessi tramite l'unione con figure "risonanti" con il nostro Sè. Gli Amanti dunque simboleggiano l’auto-accettazione e il viaggio verso la nostra essenza interiora (occultum lapidem). 

Auto-accettazione non significa non voler cambiare e crescere. Possiamo accettare quello che siamo e contemporaneamente evolvere e crescere, in armonia con la nostra vera natura interiore.

Per conseguire le nozze alchemiche (interiori) dobbiamo attraversare l’insidioso passaggio tra quelli che Jung chiamava Scilla e Cariddi del rigonfiarsi dell’ego – pensare che siamo più importanti e speciali di quanto siamo; e del suo sgonfiarsi – credere che siamo guasti e inferiori agli altri. Scilla e Cariddi appaiono nei canti dell’antico poeta greco pagano Omero ed erano una secca rocciosa e un gorgo sulle coste opposte dello stretto di Messina, tra la Sicilia e l’Italia continentale. Occorreva coraggio e abilità per navigare fra di essi senza schiantarsi sulle rocce di Scilla o essere risucchiati nelle profondità marine di Cariddi. Nel nostro viaggio spirituale anche noi dobbiamo navigare attraverso questo insidioso passaggio; una via di mezzo, tra l’accettazione di noi stessi per come siamo, senza dover essere trascinati a pensare di essere migliori o peggiori degli altri. Dobbiamo “unire in matrimonio” questi due aspetti – inferiorità e superiorità – finché alla fine ci vedremo per ciò che realmente siamo.

Il matrimonio interiore è dunque la trasmutazione alchemica del piombo alla base della personalità nell’oro spirituale. Jung definisce questo processo come “individuazione”, cioè il superamento delle false immagini di noi stessi create dall’ambiente, dalle immagini proiettive dei nostri genitori, insegnanti, amici e amanti. Svelando il volto dietro la maschera protettiva che mettiamo per affrontare il mondo per  affrontare l’Ombra, interiore (Interiora Terrae). Per fare cioè occorre ottenere la consapevolezza di quegli aspetti di noi stessi che abbiamo proiettato sugli altri. Questa presa di coscienza non è sempre indolore e può causare cambiamenti anche difficili delle relazioni.  Possiamo scoprire che gli altri non sono le persone noi pensavamo di essere. A volte scopriamo che le relazioni e le attività che ci soddisfacevano in passato non sono più appropriate per lo stadio successivo del nostro viaggio. Dobbiamo tornare indietro e ricominciare.

Occorre riconoscere l’ambiguità della carta degli Amanti. La divinità che la presiede, Eros o Cupido, tiene nelle sue mani un arco curvo e appuntito. L’amore è inevitabilmente doloroso e porta con sé la paura di perdere ciò che abbiamo. È una naturale tendenza umana cercare rifugio nella sicurezza di ciò che conosciamo. 

Noi temiamo l’ignoto e il cambiamento. Ma se confidiamo nel processo di cambiamento interiore, se lo attraversiamo e andiamo oltre, scopriamo di essere più grandi e più ricchi di quanto pensavamo.

Gli Amanti possono simboleggiare il nostro amore verso qualcosa di più grande e più profondo che ci porta oltre i nostri desideri e i nostri interessi personali: il piombo diventa oro.

Fonti:
–Carl G. Jung (1916/1928/1935). The relations between the ego and the unconscious. In C. G. Jung (1966 ed.), The collected works of C. G. Jung, vol. 7. London: Routledge & Kegan Paul. p. 178; para. 275.

- http://www.patheos.com/blogs/viviannecrowley/2013/05/the-alchemical-marriage/
- http://www.cumpagniadiventemigliusi.it/Eptagramma/EPTAGRAMMA.htm

lunedì 6 gennaio 2014

Storia della Morte nei Tarocchi

Storia della Morte dei Tarocchi (Tarocchi Raide-Waite)


Il Matto, avendo lasciato l'albero a cui era appeso, si muove con cautela in un maggese. L'aria è fredda gli alberi spogli. Sa di avere iniziato il suo viaggio spirituale con serietà, ma si sente stranamente vuoto e triste, come se avesse perso qualcosa. 

Davanti a se scorge, sorgere con il sole, uno scheletro in armatura nera che cavalca un cavallo bianco. Lo riconosce come la Morte. 

Quando questa si ferma dinanzi a lui, egli domanda umilmente: 
"Sono morto?" 
E lo scheletro risponde 
"Si in un certo senso. Tu hai sacrificato il tuo vecchio mondo, il tuo vecchio te stesso. Entrambi sono morti."

Il Matto non riesce a trattenere il pianto 
"Perdonami" 
dice imbarazzato dalle sue lacrime. 

"Non c'è nulla da perdonare." 
Risponde la Morte 
"La tristezza è naturale e devi affrontare la tua perdita prima di potere accettare qualcosa di nuovo. Mettiti in testa, comunque, che le foglie vecchie devono seccarsi e volare via dai rami dell'albero, lasciandolo spoglio, prima che possano apparire nuove foglie verdi".

Non appena la Morte cavalca via, il Matto vede la verità nelle sue parole. Anche lui si sente come uno scheletro, spoglio di tutto. 
Questo, ora comprende, è come ogni grande trasformazione ha inizio, rimuovendo tutto fino all'osso così che qualcosa di nuovo possa crescere.

venerdì 9 agosto 2013

LO SCETTRO E IL GLOBO


LO SCETTRO E IL GLOBO.
Il potere regale ha come emblema lo scettro e il globo.
Quando un personaggio viene rappresentato con uno scettro nella mano destra e un globo in quella sinistra, ciò indica che si tratta di un personaggio regale.
Lo scettro e il globo simboleggiano l’attività dei due principi: maschile e femminile.
Il principio maschile è sempre rappresentato da una linea retta (scettro, caduceo,  lancia, spada, pilastro, albero, etc. ) e dalla mano destra.
Il principio femminile è invece rappresentato da linee curve (qualsiasi oggetto cavo o arrotondato: sfera, vaso, coppa, grotta, etc.) e dalla mano sinistra.
L’atto di tenere lo scettro e il globo sta a significare che si comprendono i due principi e che si sa "operare" con essi.

lunedì 2 gennaio 2012

La simbologia dei nodi

I significati del nodo sono molto diversi tra le diverse epoche e culture.
In alcune culture antiche era proibito indossare nodi in determinate occasioni (parto, matrimonio, morte).
Per gli Egizi il nodo si trova di frequente rappresentato nell’iconografia e nelle sculture in diverse posizioni: sulla testa, in mano o nelle cinture alla vita.
Il nodo di Iside è simbolo di immortalità è rappresentato su alcuni sarcofaghi.Esso è spesso formato con un laccio da calzare, perché il calzare; il calzare infatti lascia un traccia vivente sulla terra che calpesta.
Nell’antica Grecia durante la processione di Dioniso le donne si scioglievano i capelli; mentre fra i romani il flamine di Giove non doveva portare alcun nodo né sull’abito né nei capelli.
In Russia il nodo aveva una funzione rilevante nell’amore e nei rituali matrimoniali; l’abito nuziale, prevedeva infatti una cintura intrecciata con nodi con funzione scaramantica contro il malocchio.
In Marocco esiste un’antica usanza secondo cui lo sposo può avere rapporti sessuali con la sposa solo dopo aver sciolto sette nodi dalle sue vesti.
Una tradizione araba ancora in uso oggi il marito lega due rami di un albero prima di partite per un viaggio, se al suo ritorno trova i rami ancora legati è segno che la moglie gli è rimasta fedele.
Nelle tradizioni islamiche il nodo è simbolo di protezione contro il malocchio, cosi come avveniva presso i Greci e gli antichi Romani.
Esistono anche numerosi riferimenti ai “nodi magici”. Il Corano fa riferimento alla pratica delle streghe che annodavano nodi magici su cui soffiavano per legarvi un sortilegio.
Si parla anche di nodi magici da adoperare contro i nemici umani. M. Hamidullah nella sua traduzione del Corano raccomanda, di pregare Dio contro “il male di quelle che soffiano sui nodi”.
Ma i nodi possono anche essere benefici, utilizzati per difesa contro animali selvatici, demoni, malattie e persino contro la morte. 
Come nell’antico Egitto era segno di vita al contrario in altre culture al nodo è spesso associato un significato di morte. Nella mitologia greco-latina le Moire annodano e tagliano il filo della vita umana.
Nella mitologia indiana, i nodi sono legati alla divinità della morte Yama, ai demoni ed alle malattie.
In Iran il demone Astovidhatush lega l’uomo che sta per morire.
Gli Arunta australiani credono che i demoni uccidano gli uomini legando fortemente la loro anima con una corda per portarli nel Paese dei Morti.

Ma altri nodi hanno anche altri significati. Possono anche rappresentare gli intrecci della vita e le sue fatalità.
Quando intrecciati ripetutamente lungo una corda, i nodi possono rappresentare i vincoli che legano tra loro più persone in una sorta di catena di unione.
Il singolo nodo assume significati ben più specifici, cioè i compiti che ogni nodo deve svolgere per dare uno scopo preciso all’intera catena.

Il nodo è anche costrizione, intralcio, difficoltà, attorcigliamento.
Abramo Abulafia (XII secolo) sostiene che lo scopo della vita è quello di liberare l’anima, cioè slegare i diversi nodi delle corde che la legano. Dopo avere sciolto tutti i nodi sopraggiunge la morte, cioè la vera vita. Analogo concetto si ritrova nel buddismo tibetano ne "Il libro dello scioglimento dei nodi”. Sciogliere è in relazione sia alla crisi che alla morte, sia alla soluzione che alla liberazione.
Secondo questa accezione dunque, da un punto di vista spirituale sciogliere i legami significa liberarsi dagli affetti per vivere su un piano più elevato.
Bisogna disfare, risolvere, sciogliere i nodi e non tagliarli come fece Alessandro con il nodo gordiano.

Il timone del carro di Gordio , re di Frigia, era legato con un nodo cosi intricato che nessuno sapeva scioglierlo.
Secondo l’oracolo, colui che vi fosse riuscito avrebbe conquistato il mondo. Moltissimi tentarono l’impresa, ma nessuno vi era mai riuscito. Nel 331 Alessandro Magno, durante la sua impresa contro il re persiano Dario, entrò nella città di Gordio e tagliò il nodo con un colpo di spada. Alessandro conquistò l’Asia, ma la perse subito ed il nodo si riformò.
Il nodo gordiano può essere visto come un nodo di natura sociale e psicologica. Se la spada di Alessandro rappresenta il lampo di genio (la soluzione nella non soluzione), forse scioglierà il nodo, ma se è solo simbolo di un atto di violenza il nodo si riforma.
Psicologicamente il nodo è simbolo di tutto ciò che limita. La pazienza, che scioglie invece di tagliare, assicura la libertà duratura perché basata sulla conoscenza delle cause e delle modalità del nodo e non su un gesto di mera violenza e ribellione

Nell’anello (principio femminile) si introduce l’estremità della corda (principio maschile). Schematicamente questo simbolo figura la forma di otto coricato, come il simbolo matematico dell’infinito. Girando nel nodo la corda ritorna al suo senso primitivo e le intersezioni centrali del laccio formano una doppia croce. Questo giro del nodo ricorda l’alchemico uroboros.

Papus e Wirth vedono il segno dell’infinito anche nel copricapo del Bagatto (Bateleur, il mago).

Papus chiama tale segno:

“il segno divino della vita universale”.
Wirth scrive:
“E’ permesso accostare questo simbolo orizzontale alla sfera vivente costituita dalle emanazioni attive del pensiero. Portiamo attorno a noi il nostro celo naturale, dominio in cui il sole della ragione percorre la sua eclittica ∞ trattenuto negli stretti limiti di ciò che ci è accessibile”.
Anche Eudes Picard definisce il simbolo dell’infinito:
“simbolo della vita e dello spirito universale”.
In realtà il simbolo matematico dell’infinito è più recente dei Tarocchi (1665), ma il nodo dell’amore e la ciclicità che esso rappresenta è invece molto antico e si può definire un archetipo che ha origini remote.
Sono state ritrovate cassette sarcofago egiziane, contenenti serpenti imbalsamati, sul cui coperchio è rappresentato un serpente il cui corpo e intrecciato in un nodo d’amore. Anche la denominazione di “d’amore” sembra corrispondere con l’archetipo di eternità che si perpetua appunto grazie all’amore tra maschio e femmina.

giovedì 1 dicembre 2011

L'archetipo del Labirinto e la Pietra filosofale

Il termine labyrinthos è greco, ma ci rimanda a un'epoca molto più antica. Lo scrittore latino Plinio il Vecchio parla di labirinto, probabilmente, perché egli stesso lo aveva trovato scritto presso altre fonti. In epoca più recente il termine labirinto può essere fatto derivare dal latino labor intus, che significa "lavoro interiore". 
Il labirinto non è un semplice gioco della fantasia o un ornamento ma un archetipo ancestrale radicato in una verità primordiale che sfida qualsiasi riduzionismo materialistico. La psicologia junghiana, ha riscoperto questa antica forma di sapienza archetipa di cui il labirinto è uno dei più importanti esempi. Il Labirinto è dunque il simbolo del un lungo e difficile cammino dell’iniziato alla ricerca continua del "centro", asse cosmico che corrisponde a una sacra geografia interiore.
L’archetipo del labirinto accompagna da sempre l’uomo ed è riprodotto in costruzioni antiche di migliaia di anni. Erodoto (484-425 a.C.) descrive nelle sue Storie le rovine del "labirinto" ubicato vicino al lago Moeris (attualmente lago Karoum) in Egitto, in un sito chiamato "Il Tempio dell'ingresso del lago".

Molti disegni antichi presenti anche nelle grandi cattedrali, mostrano il labirinto.Il labirinto delle cattedrali, o labirinto di Salomone, è,ci dice Marcellin Berthelot:  
"una figura cabalistica che si trova anche sul frontespizio di alcuni manoscritti alchimici e che fa parte delle tradizioni magiche attribuite a Salomone.E'una serie di cerchi concentrici,interrotti in certi punti,in modo da formare un percorso bizzarro ed inestricabile".
I problemi della vita appaiono spesso all’uomo comune come un intricato labirinto, nel quale è difficile imboccare la giusta direzione, se non dopo aver compiuto molti tentativi ed errori ed averne pagato le conseguenze. Se si potessero però vedere le cose da altri punti di vista, ad esempio salendo di una piccola altura, il labirinto rivelerebbe subito la sua ingannevole struttura, e sarebbe molto più facile trovare l’uscita.
Il labirinto si presenta come una rete di meandri apparentemente senza fine, almeno fino a quando non si comprende che tutto ciò porta ad uno scopo e si riconosce l'unico cammino che conduce al centro. Nel labirinto il cammino termina al centro. Dunque il labirinto è la via interiore che bisogna trovare e percorrere fino al centro. Per trovarla occorre uscire dagli stereotipi della comune percezione.
L’uomo non iniziato, ancora completamente chiuso nei propri schemi mentali, è intrappolato in un labirinto, ed incapace di vedere il percorso. L’iniziato gradualmente può riuscire ad elevarsi e vedere la strada in maniera più chiara riuscendo a trovare la via verso il centro. 

In tutto il mondo le rappresentazioni dei labirinti presentano da sempre una struttura omogenea contenente un cammino a spirale che porta fino al centro. La forma di base è una croce circoscritta in un cerchio, generata dal movimento intorno al centro. La croce simboleggia la terra e la personalità, composte tutte e due da quattro elementi o forze eteriche che si manifestano anche nei quattro corpi o veicoli, della personalità. Il cerchio è il simbolo del sole dell’universo, del macrocosmo. Il labirinto con le sue sette, nove, dieci o dodici circonvoluzioni, si può dunque intendere come un luogo di orientamento. Chi vi entra è in cammino per la destinazione finale: il centro, il nucleo del suo essere. L’uomo in cammino nel labirinto si avvicina al centro per esserne poi allontanato subendo cosi un processo di maturazione, nel corso del quale viene messa alla prova la sua volontà e la sua perseveranza. All'interno dello spazio chiuso del labirinto, cioè in se stesso, si possono conciliare la croce dell'uomo terrestre ed il cerchio dell'eternità.

Per l’ermetismo il labirinto simboleggia la via che porta al principio centrale, interiore, esoterico del microcosmo. Chi trova l'entrata può raggiungere il centro, purché non torni indietro. Nel labirinto non c'è scelta tra sinistra e destra, alto o basso, ma solo fra l'avanzare o il tornare indietro. Chi non persevera muore. Chi riesce a vincere diventa un uomo nuovo, trova nel suo centro l’occultam lapidem. 
Appare dunque intrigante la “coincidenza” che il più celebre dei labirinti antichi,quello di Cnosso a Creta, scoperto nel 1902, era chiamato Absolum, parola è assai vicina a quella di Absolu (Assoluto), nome con il quale gli antichi alchimisti indicavano la “pietra filosofale".

domenica 9 ottobre 2011

Il simbolismo dell'aquila di Julius Evola

Il simbolismo dell'aquila
di Julius Evola


Il simbolismo dell'aquila ha un carattere "tradizionale" in senso superiore. Dettato da precise ragioni analogiche, è fra quelli che testimoniano un "invariante", cioè un elemento costante e immutabile, in seno ai miti e ai simboli di tutte le civiltà di tipo tradizionale. Le particolari formulazioni che riceve questo tema costante son però naturalmente diverse a seconda delle razze. Qui diciamo subito che il simbolismo dell'aquila nella tradizione delle genti arie ha avuto un carattere spiccatamente "olimpico" ed eroico, cosa che ci proponiamo di chiarire nel presente scritto con un gruppo di riferimenti e di ravvicinamenti. Circa il carattere "olimpico" del simbolismo dell'aquila, esso risulta già direttamente dal fatto, che quest'animale fu sacro al Dio olimpico per eccellenza, a Zeus, il quale a sua volta non è che la particolare figurazione ario-ellenica (e poi, come Jupiter, ario-romana) della divinità della luce e della regalità venerata da tutti i rami della famiglia aria. A Zeus fu connesso a sua volta un altro simbolo, quello della folgore, cosa che va ricordata, perché vedremo che per tal via esso va a completare non di rado il simbolismo stesso dell'aquila. Ricordiamo anche un altro punto: secondo l'antica visione aria del mondo, l'elemento "olimpico" si definisce soprattutto nella sua antitesi rispetto a quello titanico, tellurico ed anche prometeico. 

Ora, proprio con la folgore Zeus abbatte, nel mito, i titani Negli Arii, che vivevano ogni lotta come una specie di riflesso della lotta metafisica fra forze olimpiche e forze titaniche, essi stessi considerandosi come una milizia delle prime, vediamo peraltro aquila e folgore come simboli e insegne che racchiudono, per tal via, un significato profondo e generalmente trascurato. Secondo l'antica visione aria della vita, l'immortalità è qualcosa di privilegiato: non significa semplice sopravvivenza alla morte, ma partecipazione eroica e regale allo stato di coscienza che definisce la divinità olimpica. Fissiamo alcune corrispondenze. La veduta ora accennata circa l'immortalità è anche propria alla antica tradizione egizia. Solo una parte dell'essere umano è destinata ad una esistenza eterna celeste in stati di gloria - il cosidetto Ba. Ora, questa parte nei geroglifici egizi è raffigurata appunto come un'aquila o uno sparviero (per le condizioni di ambiente, lo sparviero qui è il surrogato dell'aquila, l'appoggio più prossimo offerto dal mondo fisico per esprimere la stessa idea). È sotto forma di sparviero, che nel rituale contenuto nel Libro dei Morti l'anima trasfigurata del morto incute spavento agli stessi dèi e può pronunciare queste parole superbe: 
"Io son sorto a similitudine di sparviero o di aquila divina ed Oro mi ha fatto partecipe secondo simiglianza dello spirito suo, a che prenda possesso di quel che nell'altro mondo corrisponde ad Osiride". 
Questo retaggio superterreno corrisponde esattamente all'elemento olimpico. Infatti nel mito egizio Osiride è una figura divina che corrisponde allo stato primordiale "solare" dello spirito, il quale, dopo aver subito alterazione e corruzione (uccisione e dilaceramento di Osiride), viene restaurato da Oro. 


Il morto consegue l'indiamento immortalante partecipando della forza restauratrice di Oro, che riconduce ad Osiride, che provoca il "risorgere" o il "ricomporsi" di Osiride. A questo punto, è facile constatare corrispondenze molteplici di tradizioni e di simboli. Nel mito ellenico, si comprende, a tale stregua, che da "aquile", esseri, come Ganimede, siano stati rapiti al trono di Zeus. Per mezzo di aquile, nell'antica tradizione persiana, il re Kei-Kaus tentò prometeicamente di innalzarsi al cielo. 

Nella tradizione indo-aria è l'aquila che porta ad Indra la mistica bevanda che lo costituirà a signore degli dèi. La tradizione classica qui aggiunge un particolare suggestivo: per essa, benché inesattamente, l'aquila valeva come l'unico animale che poteva fissare il sole senza abbassare gli occhi. Ciò chiarisce la parte che l'aquila ha in alcune redazioni della leggenda prometeica. Prometeo vi appare non come colui che è veramente qualificato per far proprio il fuoco olimpico, ma come colui, che, restando di natura "titanica", vuole usurparlo e farne cosa non più da "dèi", ma da uomini. Per pena, nelle redazioni della leggenda cui alludiamo, il Prometeo incatenato ha il fegato continuamente divorato da un'aquila. L'aquila, animale sacro del Dio olimpico, associato alla folgore stessa che abbatte i titani, ci appare qui come una figurazione equivalente allo stesso fuoco, che Prometeo voleva far suo. Si tratta cioè di una specie di castigo immanente. Prometeo non ha la natura dell'aquila, che può fissare impunemente e "olimpicamente" la luce suprema. La stessa forza che volle far sua, diviene il principio del suo tormento e del suo castigo. E qui si aprirebbe una via per comprendere la tragedia interiore di vari esponenti moderni della dottrina di un superuomismo titanico, ossessi e vittime della loro stessa idea, partendo da Nietzsche e da Dostojewskij, e con particolare riguardo, anche, agli eroi caratteristici dei romanzi di quest'ultimo. Tornando al mondo del mito ano, troviamo nell'antica tradizione indù una variante di quello prometeico. Agni, sotto forma di aquila o di sparviero, strappa un ramo dell'albero cosmico, ripetendo il gesto, che nel mito semita Adamo compì per "rendersi simile agli dèi". Agni, che a sua volta è una personificazione del fuoco, viene colpito. Dalle sue piume cadute al suolo sorge però il seme di una pianta che produrrà il "soma terrestre". Ma il soma è un equivalente della ambrosia, è la sostanza simbolica che indìa, che propizia una partecipazione allo stato "olimpico". La struttura del mito ario, benché in forma più involuta, ripete quella che già abbiamo analizzata nel mito egizio (offuscamento di Osiride, resurrezione per mezzo di Oro). Si può parlare di un tentativo prometeico fallito in un primo tempo, poi "rettificato" e fatto seme di una giusta realizzazione dello stesso fine. Nella tradizione irano-aria l'aquila figura spesso come una incarnazione della "gloria" dello hvarenô che, come in altra occasione ricordammo, per quelle razze non valse come una astrazione, bensì come una forza mistica e un potere reale dall'alto, che scende sui sovrani e sui capi, li fa partecipi della natura immortale e li testimonia con la vittoria. 

Questa "gloria" aria, personificata dall'aquila, non sopporta lesioni dell'etica virile propria alla tradizione mazdea. Così il mito riferisce, che sotto forma di aquila essa si diparti dal re Yima allorché questi si contaminò con una menzogna. Sulla base di siffatte corrispondenze di significato e di simboli la parte che in Roma antica ebbe l'aquila risulta in una particolare luce. Il rito dell'apoteosi imperiale romana è una prima testimonianza ed una precisa conferma dell'aderenza della romanità all'ideale olimpico. In tale rito proprio il volo di un'aquila dalla pira funeraria simboleggiava infatti il trapasso allo stato di "dio" dell'anima dell'imperatore morto. Ricordiamo i particolari di questo rito, che fu ripetuto sull'esempio di quello originario celebratosi alla morte di Augusto. Il corpo dell'imperatore morto veniva racchiuso in una bara coperta di porpora, portata da una lettiga d'oro e d'avorio. Veniva deposto in una pira costituita al Campo di Marte e circondata da sacerdoti. Si svolgeva allora la cosiddetta decursio, su cui subito diremo. Dato fuoco alla pira, un'aquila si liberava dalle fiamme, e si pensava che in quell'istante l'anima del morto simbolicamente s'innalzasse verso le regioni celesti, per esser accolta fra gli Olimpici. La decursio, cui ora si è accennato, era la corsa di truppe, di cavalieri e di capi intorno alla pira dell'imperatore, sulla quale essi gittavano le ricompense ricevute per il loro valore. Anche in questo rito si cela un significato profondo. Era credenza aria e romana, che nei capi fosse la vera forza decisiva per la vittoria; cioè, non tanto nei capi come persona, quanto nell'elemento sovrannaturale, "olimpico" ad essi attribuito. Per questo, nella cerimonia romana del trionfo il duce vincitore assumeva i simboli del dio olimpico, di Jupiter, e al tempio di questo dio andava a rimettere i lauri della vittoria, volendo con ciò esprimere il vero autore della vittoria, ben distinto dalla sua parte semplicemente umana. Nella decursio avveniva una "remissione" analoga: i soldati e i capi restituivano le ricompense che ricordavano il loro coraggio e la loro forza vincitrice all'imperatore come a colui che, nella sua potenzialità "olimpica", ora sul punto di liberarsi e di transumanarsi, ne era stato la vera origine. Ciò ci conduce ad esaminare la seconda testimonianza dello spirito "olimpico" della romanità, parimenti controsegnato del simbolismo ario dell'aquila. 

Era tradizione classica che colui, su cui si posasse l'aquila fosse predestinato da Zeus ad alti destini o alla regalità, volendosi con ciò indicare il presupposto "olimpico" della legittimità degli uni o dell'altra. Ma era parimenti tradizione classica, e poi specificamente romana, che l'aquila fosse segno di vittoria, col che, parimenti, vengono in risalto i presupposti "olimpici" della concezione stessa della lotta e della vittoria, cioè l'idea, che attraverso la vittoria della gente aria e romana fossero le forze stesse della divinità olimpica, del dio di luce, a vincere; la vittoria degli uomini, riflesso di quella stessa di Zeus su forze antiolimpiche e "barbariche", era preannunciata dall'apparire dell'animale stesso di Zeus, dall'aquila. Ecco la base per comprendere adeguatamente, in relazione a significati profondi d'origine tradizionale e sacrale, e non a vuote allegorie, la parte che l'aquila aveva fra le insegne degli eserciti romani, presso signa e vexilla, fin dalle origini. Fin dall'epoca repubblicana l'aquila fu in Roma come l'insegna delle legioni - veniva detto: "un'aquila per legione e nessuna legione senz'aquila". In particolare, l'insegna era costituita dall'aquila con le ali spiegate e, in più, con una folgore fra gli artigli. Vien così confermato rigorosamente il simbolismo "olimpico" già detto: presso all'animale sacro di Giove è il segno della sua stessa forza, di quella folgore, con la quale egli combatte e stermina i titani. 

Dettaglio degno di rilievo, le insegne delle truppe barbariche non avevano aquila: nei signa auxiliarium troviamo invece animali sacri o "totemici", rifacentisi ad altre influenze, quali il toro o l'ariete. Solo in un periodo successivo questi segni s'infiltrarono nella stessa romanità associandosi all'aquila e dando luogo, spesso, ad un simbolismo doppio: il secondo animale aggiunto all'aquila nelle insegne di una data legione stava allora in relazione con una caratteristica di essa, mentre l'aquila si rifaceva al simbolo generale di Roma. Nel periodo imperiale, peraltro, l'aquila, da insegna militare, divenne spesso simbolo per lo stesso Imperium. Noi sappiamo la parte che nella storia successiva il simbolo dell'aquila ha avuto nei popoli nordici e germanici. Questo simbolo sembra quasi aver abbandonato per un lungo periodo il suolo romano ed esser trasmigrato fra le razze germaniche, tanto da apparire a molti come un simbolo essenzialmente nordico. Ciò non è esatto. Si è dimenticata l'origine dell'aquila che figura ancora oggi (1941 - n.d.r.) come emblema della Germania, così come essa fu anche emblema dell'Impero austriaco, ultimo erede del Sacro Romano Impero. Quest'aquila germanica è semplicemente l'aquila romana. 

Fu Carlomagno nell'800, che nel punto di dichiarare la renovatio romani imperii ne riprese il simbolo fondamentale, l'aquila, e ne fece l'emblema del suo Stato. Storicamente, è dunque null'altro che l'aquila romana quella che si è conservata fino ad oggi come simbolo del Reich. Ciò non impedisce però che, da un punto dì vista più profondo, superstorico, nel riguardo si possa pensare a qualcosa di più che ad una semplice importazione. L'aquila infatti nella mitologia nordica figurava già come uno degli animali sacri ad Odino-Wotan e come questo animale fu aggiunto nelle insegne romane delle legioni, così esso apparve anche nei cimieri degli antichi capi germanici. Si può dunque concepire che mentre Carlomagno nell'assumere l'Aquila a simbolo del risorto impero aveva essenzialmente in vista Roma antica, egli simultaneamente, senza rendersene conto, riprendeva anche un simbolo dell'antica tradizione ario-nordica, conservatasi solo in forma frammentaria e crepuscolare fra i vari ceppi del periodo delle invasioni. In ogni modo, nella storia successiva l'aquila finì con l'avere un valore semplicemente araldico e il suo significato simbolico e morale più profondo e originario fu dimenticato. Come molti altri, divenne un simbolo che sopravviveva a sé stesso e che quindi fu perfino suscettibile a servir da base ad idee molto diverse. Sarebbe quindi assurdo supporre la presenza, sia pur "sonnambolica", di concezioni, come quelle qui ricordate, dovunque oggi si siano viste aquile in segni ed emblemi europei. Le cose potrebbero stare diversamente per noi, eredi dell'antica romanità, e poi pel popolo, che oggi ci sta a fianco, erede dell'imperio romano-germanico. 

La conoscenza del significato originario del simbolismo ario dell'Aquila, risorto emblema di entrambe le nostre genti, potrebbe controsegnare anzi il significato più alto della nostra lotta e connettersi con l'impegno, che in questa si ripeta, in una certa misura, la stessa vicenda, nella quale l'antica gente aria, nel segno olimpico ed evocando la forza stessa olimpica sterminatrice di entità oscure e titaniche, potè sentirsi come la milizia di influenze dall'alto ed affermare un superiore diritto e una superiore funzione di dominio e di ordine.

fonte Simboli della Tradizione Occidentale