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lunedì 16 maggio 2011

La Pietra filosofale è nel cervello dell'Uomo

L’alchimia ha oggi principalmente valore mentale, spirituale ed esoterico. Nell’accezione odierna (e probabilmente anche in quella antica) la ricerca alchemica non consiste nella trasformazione chimico-fisica del metallo vile in oro. Tale “trasmutazione” va intesa in senso mentale, spirituale ed esoterico e verso tale tipo di “trasmutazione” si indirizza la pratica dell’alchimia.

Secondo diversi autori anche in tempi antichi l’alchimia era mentale e spirituale, essendo la sua rappresentazione “essoterica” come proto-chimica soltanto uno stratagemma per depistare gli impuri che approcciavano l’Arte alchemica in cerca di “metalli” (denaro, ricchezza).

In tal senso è possibile anche comprendere come scienziati “con i piedi per terra” come Isaac Newton (che fu famoso alchimista oltre che scienziato) potessero conciliare lo studio dell’alchimia con il rigore scientifico: la scienza cerca la conoscenza del mondo materiale, l’alchimia di quello spirituale. Alla base di questo “doppio binario” di ricerca di scienziati del calibro di Newton vi era presumibilmente l’intuizione che entrambe le strade potenzialmente possono fare avvicinare l’uomo alla Conoscenza del Tutto-Uno. Sul valore dell’alchimia come sistema conoscitivo della mente umana e dell’”inconscio collettivo” gli studi di Gustav Jung hanno aperto un canale di comunicazione tra scienza e alchimia.

Nel simbolismo alchemico appare dunque evidente che per “ “trasmutazione del metallo vile in oro”, il “metallo vile” (il piombo o aurum vulgi) altro non è che l’ignorante o il neofita, e l’”oro filosofale” (aurum philosopharum) è la “conoscenza aurea” (aurea apprehensio) che l’adepto può ottenere con la pratica dell’Arte.

Già i più antichi scritti alchemici distinguevano l’oro come metallo dall’oro spirituale o “filosofale”.

La frase:
“il nostro oro non è l’oro volgare (aurum nostrum non est aurum vulgi)”

È presente in tutti i principali testi di alchimia. L’oro dell’alchimista è dunque l’”oro filosofale” o la Pietra filosofale(lapis philosaphorum), che per l’alchimista attribuisce la conoscenza aurea a chi la riusciva a riscoprire.

Il piombo simboleggia pertanto il profano, mentre l’oro volgare è metafora dell’apprendista che si impegna nel difficile percorso verso la conoscenza aurea. L’oro filosofale rappresenta invece il maestro alchimista che aveva ottenuto tale conoscenza.


Zosimo di Panopoli equiparava l’oro filosofale al Saggio e definiva gli alchimisti “amanti della Sapienza”, dunque Filo-sofi.


Raphael Patai in “Gli alchimisti ebrei” (ECIG, 1997) ci fa presente come la Bibbia impiega sette diversi nomi per indicare l’oro a seconda del ambito in cui vengono utilizzati e dell’attribuzione aggettivale. Tutti termini che almeno in linea teorica potrebbero somigliare alla definizione di oro filosofale dell’alchimista (Schwarz A. – Cabbala e Alchimia- Garzanti 2004).

Lo Zohar (opera essenziale della Cabbala risalente al XIII sec.) parla del “mistero dell’oro” riferendosi al metallo secondo allegorie spirituali. Da ciò si può dedurre (Schwarz, op. cit.) che i cabbalisti ebrei differenziassero l’oro come metallo dall’oro spirituale.

In un manoscritto di autore anonimo risalente probabilmente al XVI secolo: “Esh mesaref” (trad. “Fuoco del raffinatore”, Cfr. Patai, op. cit.) vengono descritti dieci ordini di oro corrispondenti alla dieci Sephirot della Cabbala.

Moses de León, rabbino e cabalista del XIII secolo (e anche presunto autore dello Zohar) nel Sefer parla di “mistero di questa materia [l’oro]” con un linguaggio ermetico che può essere letto in chiave alchemica:
“E questa polvere è davvero polvere d’oro... perché la sua causa è l’oro dell’alto [... ] Ed é per questo che la polvere genera e fa crescere il seme”
Nei testi alchemici Dio è spesso rapportato all’“oro dell’alto” e il profano alla terra (adamà, da cui, secondo la Genesi, l’uomo è stato creato), mentre l’iniziato é illuminato da Dio viene assimilato all’oro filosofale o alla “polvere d’oro”(Cfr. Schwarz , op. cit. p. 53).

Il rabbino cabalista di Salonicco Josef Taitazak definì l’alchimia “scienza divina”, ed affermava che:
“il mistero dell’oro e dell’argento superni è qualcosa di ben diverso dall’oro e dall’argento inferiori”.
Inoltre:
“colui che comprende tutto il mistero del mondo inferiore e il mistero dell’oro e dell’argento superni e inferiori otterrà grande sapienza”.
Secondo Schwarz, il rabbino Taitazak vuol dire che l’oro scelto della Cabbala corrisponde alla Sefira Bina(Comprensione, Intelligenza), e il mistero della purificazione dell’oro si basa sul mistero della natura divina. L’Athanor dell’alchimista, non è dunque altro che una rappresentazione fisica della Comprensione con cui ci si avvicina al mistero del divino. L’Athanor è nella testa dell’alchimista: l’alchimia è mentale.

Anche Jung ci dice che i filosofi (gli alchimisti) si autodefinivano "figli della testa d’oro”. (Cfr. G. Jung- Psicologia e alchimia- Bollati Boringhieri – 2006)

La Pietra filosofale è dunque nel nostro cervello da ciò probabilmente deriva l’uso del teschio in diversi rituali iniziatici.

La Pietra filosofale deve dunque essere estratta da noi stessi, per mezzo di un processo di trasmutazione mentale, processo di illuminazione verso una modalità conoscitiva spirituale.

L'intelletto illuminato è il mezzo per raggiungere l'oro dei filosofi.

di Gandolfo Dominici

(fonti citate nel testo)

domenica 15 maggio 2011

La lettera G e la swastika di Renè Guènon


La lettera G e lo swastika
Nella Grande Triade, a proposito del simbolismo polare e della parola cinesei, che designa l'unità (la Stella polare è chiamata Tai-i, cioè "Grande Unità"), siamo stati condotti a fornire alcune indicazioni sul simbolismo massonico della lettera G, la cui posizione normale è ugualmente "polare", e a fare un accostamento con la lettera I, che rappresentava "il primo nome di Dio" per i "Fedeli d'Amore".(1) Questo accostamento si giustificava col fatto che la lettera G, che non potrebbe di per se stessa essere considerata un vero e proprio simbolo in quanto appartiene alle lingue moderne in cui non c'è nulla di sacro né di tradizionale, ma che stands for God nei rituali inglesi ed è infatti l'iniziale della parola God, è stata ritenuta, almeno in certi casi, sostitutiva dello iod ebraico, simbolo del Principio o dell'Unità, in virtù di un'assimilazione fonetica fra God e iod.(2) Queste brevi osservazioni hanno costituito il punto di partenza di ricerche che hanno dato luogo a nuove constatazioni assai interessanti;(3) per questo crediamo utile tornare sull'argomento per completare quel che abbiamo già detto.
Anzitutto, si deve notare che, in un antico catechismo del grado di Compagno,(4) alla domanda: 
What does that G denote? 
si risponde espressamente: 
Geometry or the Fifth Science 
(cioè la scienza che occupa il quinto posto nella enumerazione tradizionale delle "sette arti liberali", di cui abbiamo segnalato in altre occasioni la trasposizione esoterica nelle iniziazioni del Medioevo); questa interpretazione non contraddice d'altronde in alcun modo l'affermazione che questa stessa lettera stands for God, essendo Dio specificamente designato in questo grado come "Grande Geometra dell'Universo"; e, d'altra parte, le conferisce tutta la sua importanza il fatto che, nei più antichi manoscritti conosciuti della massoneria operativa, la " Geometria" è costantemente identificata con la massoneria stessa; vi è quindi in ciò qualcosa che non può essere considerato trascurabile. Risulta inoltre, come vedremo subito, che la lettera G, in quanto iniziale di Geometry, ha preso il posto del suo equivalente greco Γ, il che viene giustificato sufficientemente dall'origine stessa della parola "Geometria" (e, almeno qui, non abbiamo più a che fare con una lingua moderna); inoltre, la lettera Γ presenta di per sé un certo interesse, dal punto di vista del simbolismo massonico, per via della sua forma che è quella di una squadra,(5) cosa che non accade evidentemente per la lettera latina G.(6) 

Ora, prima di spingerci oltre, ci si potrebbe domandare se questo non sia in contrasto con la spiegazione della G come sostitutiva dello iod ebraico, o almeno, visto che anche questa sostituzione ha avuto luogo, se non sarebbe il caso di pensare, in tali circostanze, che essa sia stata operata solo a posteriori e più o meno tardivamente; di fatto, siccome la lettera G pare esser stata propria del grado di maestro, questa deve essere la spiegazione accettata da coloro che seguono l'opinione corrente su quest'ultimo grado. Per contro, per quelli che come noi si rifiutano, per diverse ragioni, di considerare questo grado il prodotto di un'elaborazione "speculativa" del secolo XVIII, e che vi scorgono una specie di "condensazione" del contenuto di certi gradi superiori della massoneria operativa, destinata a colmare nella misura del possibile una lacuna dovuta all'ignoranza in cui si trovavano riguardo a questi i fondatori della Grande Loggia d'Inghilterra, la cosa appare sotto una luce assai diversa: si tratta allora di una sovrapposizione di due significati diversi, ma che non si escludono per nulla, fatto che non ha sicuramente niente di eccezionale nel simbolismo; inoltre, quel che nessuno sembra aver osservato finora, è che le due interpretazioni, rifacendosi rispettivamente al greco e all'ebraico, si accordano perfettamente con il carattere proprio dei due gradi corrispondenti, "pitagorico" per il secondo, e "salomonico" per il terzo, e forse è soprattutto questo, in fondo, che permette di comprendere realmente la questione. 
Detto ciò, possiamo tornare all'interpretazione "geometrica" del grado di Compagno; quel che ne abbiamo detto finora non è ancora la parte più interessante riguardo al simbolismo della massoneria operativa. Nello stesso catechismo sopra citato, si trova anche questa specie d'enigma: 
By letters four and science five, this G aright doth stand in a due art and proportion.(7) 
Qui, science five designa evidentemente la "quinta scienza", cioè la Geometria; in quanto al significato di letters four, si potrebbe, a prima vista e per simmetria, esser tentati di supporvi un errore per cui occorra leggere letter al singolare, di modo che si tratterebbe della "quarta lettera", cioè, nell'alfabeto greco, della lettera Δ, che è infatti simbolicamente interessante per la sua forma triangolare; ma, siccome questa spiegazione avrebbe il grande difetto di non presentare alcun rapporto intelligibile con la lettera G, è molto più verosimile che si tratti realmente di "quattro lettere", e che l'espressione d'altronde anormale science five, invece di fifth science, sia stata messa lì intenzionalmente per rendere l'enunciato ancor più enigmatico. Ora, il punto che può sembrare più oscuro è questo: perché si parla di quattro lettere, o, se è invece sempre dell'iniziale della parola Geometry che si tratta, perché deve essere quadruplicata to stand aright in due art and proportion? 
La risposta, che deve trovarsi in rapporto con la posizione "centrale" o " polare" della lettera G, può essere data solo per mezzo del simbolismo operativo, ed è qui d'altronde che appare la necessità di prendere questa lettera, come indicavamo sopra, nella sua forma greca Γ. Infatti, l'accostamento di quattro Γ posti ad angolo retto gli uni rispetto agli altri forma lo swastika, "simbolo, come lo è pure la lettera G, della Stella polare, che è essa stessa il simbolo, e per il massone operativo la sede effettiva, del Sole centrale nascosto dell'Universo, Iah",(8) il che richiama evidentemente molto da vicino il Tai-i della tradizione estremo-orientale.(9) Nel passo della Grande Triade che richiamavamo all'inizio, abbiamo già segnalato l'esistenza, nel rituale operativo, di uno strettissimo rapporto fra la lettera G e lo swastika; tuttavia, non eravamo allora a conoscenza delle informazioni che, facendo intervenire il Γ greco, rendono questo rapporto ancor più diretto e ne completano la spiegazione.(10) è opportuno notare anche che la parte ricurva dei bracci dello swastika è considerata rappresentare l'Orsa Maggiore, vista in quattro posizioni diverse nel corso della sua rivoluzione intorno alla Stella polare, alla quale naturalmente corrisponde il centro in cui si uniscono i quattro gamma, e che queste quattro posizioni sono messe in relazione con i quattro punti cardinali e le quattro stagioni; è noto quale sia l'importanza dell'Orsa Maggiore in tutte le tradizioni in cui interviene il simbolismo polare.(11) Se si considera che tutto ciò appartiene a un simbolismo che può veramente dirsi "ecumenico" e che indica per ciò stesso un legame abbastanza diretto con la tradizione primordiale, si può capire senza fatica perché "la teoria polare sia sempre stata uno dei più grandi segreti dei veri maestri massoni".(12)

Note
1. La Grande Triade, cap. XXV.
2. L'autore di un'opera sul simbolismo massonico ha creduto di doverci rivolgere a questo proposito una critica, formulata anche in termini assai poco cortesi, come se noi fossimo responsabili di questa assimilazione fonetica; ma noi non abbiamo tuttavia a questo riguardo una responsabilità maggiore di quella dei massoni inglesi che un tempo identificarono le tre lettere della medesima parola God con le iniziali delle tre parole ebraicheGamel, Oz, Dabar (Bellezza, Forza, Saggezza); checché si pensi del valore di tali accostamenti (e ve ne sono altri ancora), si è in ogni caso obbligati a tenerne conto almeno storicamente.
3. Marius Lepage, La Lettre G, in "Le Symbolisme", numero del novembre 1948; articolo nello "Speculatiie Mason", numero del luglio 1949, scritto in occasione del precedente, e da cui è tratta la maggior parte delle informazioni che utilizziamo qui.
4. Prichard, Masonry Dissected (1730).
5. Ricordiamo che la squadra a bracci disuguali, che è più precisamente la forma di questa lettera, rappresenta i due lati dell'angolo retto del triangolo rettangolo 3-4-5, che ha, come abbiamo spiegato altrove, un'importanza tutta particolare nella massoneria operativa (si veda Parole perdue et mots substitués, in "études Traditionnelles", dicembre 1948).
6. Tutte le considerazioni che alcuni hanno voluto trarre dalla forma della lettera G (somiglianza con la forma di un nodo, con quella del simbolo alchemico del sale, ecc.) hanno manifestamente un carattere del tutto artificiale e anche piuttosto fantasioso; esse non hanno il minimo rapporto con i significati riconosciuti di questa lettera, e non poggiano d'altronde su alcun dato autentico.
7. Non dobbiamo dimenticare di menzionare per inciso che, in risposta alla domanda Who doth that G denote? (who e non più what come in precedenza quando si trattava della Geometria), questo catechismo contiene ancora la seguente frase: The Grand Architect and contriver of the Universe, or He that was taken up to the Pinnacle of the Holy Temple; si osserverà che il "Grande Architetto dell'Universo" viene qui identificato con Cristo. (dunque col Logos), messo a sua volta in rapporto con il simbolismo della "pietra angolare" inteso secondo il senso che abbiamo spiegato; il "pinnacolo del Tempio" (e si noterà la curiosa somiglianza di questa parola con l'ebraico pinnah che significa "angolo") è naturalmente il vertice o il punto più elevato, e, come tale, equivale a quel che è la "chiave di volta" (Keystone) nell'Arch Masonry.
8. Nell'articolo dello "Speculative Mason", da cui è tratta questa citazione, loswastika è chiamato inesattamente gammadion, designazione che, come abbiamo segnalato a diverse riprese, era in realtà applicata anticamente a tutt'altre figure (si veda in particolare El-Arkân, in cui ne abbiamo dato la riproduzione), ma non è men vero che si può ritenere che lo swastika per quanto non abbia mai portato questo nome, sia formato da quattro gamma, di modo che questa rettificazione di terminologia non cambia nulla alla nostra argomentazione.
9. Aggiungeremo che il nome divino Iah, appena menzionato, è messo più specificamente in rapporto con il primo dei tre Grandi Maestri nel settimo grado della massoneria operativa.
10. Si potrebbe forse obiettare che la documentazione inedita fornita dallo "Speculative Mason", e che concerne lo swastika, proviene da Clement Stretton, e che questi si dice sia stato il principale autore di una "restaurazione" dei rituali operativi nella quale certi elementi, perduti in seguito a circostanze mai completamente chiarite, sarebbero stati sostituiti da "prestiti" tratti dai rituali speculativi di cui nulla garantisce la conformità con ciò che esisteva anticamente; ma questa obiezione non vale nel nostro caso, poiché si tratta qui di cosa di cui non si trova la minima traccia nella massoneria speculativa.
11. Si veda ugualmente La Grande Triade, cap. XXV, a proposito della "Città dei Salici" e della sua rappresentazione simbolica con uno staio pieno di riso.
12. Può essere interessante segnalare ancora che, nella Cabala, lo iod si considera formato dall'unione di tre punti che rappresentano le tre middothsupreme e sono disposti a squadra; quest'ultima è d'altronde volta in senso contrario a quella che forma la lettera greca G, il che potrebbe corrispondere ai due sensi opposti di rotazione dello swastika.

Da Renè Guénon - 
Simboli della Scienza Sacra

Considerazioni sul "DE UMBRIS IDEARUM" di Giordano Bruno

Gli ermetisti neoplatonici come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola credevano che le idee fossero modelli eterni ed immutabili.
Il mondo reale secondo tale dottrina è frutto di una “progressiva emanazione”: le idee divine si riverberano nelle corrispondenti immagini e forme nello spirito del mondo, e da questo esse sono di nuovo riflesse nelle forme materiali.
Questo pensiero comporta una “visione”, cioè una rappresentazione mentale dello sviluppo ideale.

Giordano Bruno conosceva tali principi e li fece suoi uniformandoli con l’arte di cui era maestro: la mnemotecnica.
L'esperienza ermetica della riflessione dell'universo nella mente è, infatti, alla base di tale tecnica “magica”, che rispetto alla mnemotecnica classica, basata su luoghi e immagini, viene concepita come un sistema per conseguire l'esperienza spirituale, attraverso l’impressione nella memoria di immagini archetipe, “magicamente” attivate.
Servendosi di immagini archetipe come di immagini mnemoniche, l’iniziato a tale tecnica mirava a conseguire la conoscenza e poteri universali sulla materia, che derivavano dalla comprensione e dalla sintonia con le sfere più elevate del cosmo.
Fissando indelebilmente nella mente tali immagini, secondo Bruno, si otteneva il riflesso mentale dell'intero cosmo, acquisendo un enorme potenziamento della memoria e dell’intelletto.

Nel De umbris idearum, pubblicato a Parigi nel 1582 e dedicato ad Enrico III, Bruno fa espresso riferimento ad Ermete Trismegisto. Bruno riteneva, infatti, che l’antica religione egiziana fosse alla base delle religioni solari, tra cui il cristianesimo: il culto del sole (Amòn-Ra), altro non era infatti che  ideale rappresentazione della fonte di Luce dell'Intelletto.
Egli crea le sue immagini ricavandole direttamente dalla tradizione ermetica di Teucro Babilonese e Cornelio Agrippa, rigettando l’iconografia della classicità greca.
Le sue figure sono “immagini stellari”: cioè prototipi delle idee eterne.
Le immagini raffigurate nel De umbris idearum sono:
36 decani;
49 figure planetarie;
28 posizioni lunari;
1 dragone lunare;
36 figure collegate all’oroscopo

Nella narrazione del De Umbris Idearum Ermete, Filotimo e Logifero intavolano un dialogo. Ermete equipara al Sole l’Arte che sta per esporre. Al sorgere del Sole, le creature della notte si danno alla fuga, così come dinnanzi alla scienza mnemonica fuggono gli esseri impuri.
Ermete asserisce la possibilità di “illuminazione dell’arte”.
“ […]  infatti sai bene che il sole è lo stesso e l'arte è la stessa. Lo stesso sole innalza all'onore le gesta dell'uno, conduce al biasimo le azioni del l'altro. Per la sua presenza si rattristano i barbagianni notturni, il rospo, il basilisco, il gufo, esseri solitari, notturni e sacri a Plutone, invece smaniano il gallo, la fenice, il cigno, l'oca, l'aquila, la lince, l'ariete e il leone. Al suo stesso sorgere quelli che operano nelle tenebre si raccolgono nelle tane, ma l'uomo e gli animali diurni escono per la loro opera.”
 Tale “Arte” si fonda su una filosofia pensata da un “intelletto che non erra” (secondo tale dottrina, infatti, la mnemonica è in grado di creare tale perfezione nella mente umana).
Filotimo domanda allora ad Ermete:
“Per quale motivo, o Ermes, parli fra te? Qual è mai il libello che hai tra le mani?”
ed Ermete risponde:
“E' il libro "Le ombre delle idee", raccolte per una scrittura interna; sono incerto se debba essere pubblicato oppure continuare a rimanere nelle stesse tenebre in cui un tempo è stato nascosto.”
Ermete é dunque incerto se svelare il contenuto dell’opera, di cui non conosce l’autore. Non sa se l’umanità sia meritevole di tale straordinaria conoscenza, se tale conoscenza debba essere riservata a pochi meritevoli o concessa a tutti.
Filotimo asserisce che nessuna grande opera può compiersi se non divulgando la conoscenza.
“ […] La provvidenza degli Dèi (lo dissero i Sacerdoti egiziani) non smette di mandare agli uomini alcuni Mercuri in certi tempi stabiliti, benché sappiano in anticipo che questi non saranno accolti per niente o saranno male accolti. Né l'intelletto, come anche questo sole sensibile, cessa d'illuminare continuamente per il motivo che né sempre né tutti ce ne accorgiamo.”
Interviene allora Logifero:
“Io sarei facilmente d'accordo con quegli stessi che pensassero che le cose di tal genere non devono essere affatto divulgate: sento che Filotimo ha dubbi a questo proposito; però se avesse ascoltato con le sue orecchie quelle cose che abbiamo sentito noi, certamente le getterebbe sul fuoco per bruciarle, anziché farle pubblicare. Infatti queste fin qui hanno recato al loro maestro una messe non propizia; ora ignoro cosa mai si possa sperare per il futuro; infatti, tranne pochissimi che già da sé possono capire queste cose, per niente potranno dare un giudizio obiettivo sul le cose stesse.”
Filotimo si oppone e ricorda l’esortazione iniziale dello scritto in mano ad Ermete: “non si occupi dell’arte chi non é in grado di capirla”. La mnemotecnica va utilizzata su se stessi, serbando nella mente le immagini. Le parole cosiddette logiche, possono solo nuocere alla messa in opera dell’Arte. La razionalità senza immaginazione è inutile ai fini della Conoscenza.
Appare qui evidente che Filotimo é lo stesso Bruno in perenne contrasto con i razionalisti impersonati da Logifero.
Gli umanisti incatenati a schemi grammaticali sono, per Bruno, stolti e pedanti e colpevoli della stagnazione della scienza ufficiale su pregiudizi, frutto della loro pigrizia mentale.
Ermete consegna a Filotimo (Bruno) il, libro con i principi della nuova filosofia. Ermete svela che il libro che ha tra le mani è opera sua,  ed è un trattato di magia, che include elementi provenienti dalla religione solare egiziana, con una visione “copernicana” quale metafora del “sole-intelletto”.
Il Sole  per la religione egiziana è rappresentazione visibile del vero Sole presente in ogni uomo che gli iniziati all’”Arte” potranno riconoscere come tale.
Il libro continua poi con precisi compendi: 30 “intenzioni” sul modo di ricevere la luce della divinità grazie alla preparazione della volontà alle “ombre delle idee”, cioè le raffigurazioni archetipe con potere magico descritte successivamente. Le intenzioni si richiamano a conoscenze cabalistiche e alla simbologia del cantico di re Salomone.
Il testo riporta dunque il disegno di una ruota, divisa in trenta “settori”, contrassegnati con lo stesso numero di lettere. In  ogni settore è posta ognuna delle intenzioni. Tutte le intenzioni confluiscono verso centro, verso il Sole-intelletto.
La raffigurazione della ruota è derivata dalla tradizione ermetico-cabalistica, che erige l’arte della memoria su di uno schema a ruota, contraddistinto appunto da lettere rappresentanti gli attributi di Dio ai quali Bruno sostituisce le intenzioni.

Il libro prosegue con l’elencazione di 30 “concetti di idee”,  summa di elementi derivanti dalla dottrina neoplatonica e tra cui si rivengono intere frasi prese in prestito dal “De vita coelitus comparando” di Marsilio Ficino.
Seguono 18 capitoli che illustrano i  principi della tecnica della memoria, e spiegano la necessità di imprimere nella memente le “immagini” .
Il libro si conclude con le 36 immagini fondamentali e con la loro susseguente concatenazione, per un totale di 150 immagini.

Il lavoro dell’iniziato alla mnemotecnica consiste nel sentire tali figurazioni come simboli-ponte per raggiungere la comprensione delle idee divine seguendo un processo di elevazione verso Dio.
Le idee creano il mondo, se l’uomo riesce ad arrivare all’“iperuranio” dove sono le idee e da li all’origine di queste, li da dove Tutto emana da Uno, allora egli potrà essere partecipe della forza creativa di Dio.
L’obiettivo della mnemotecnica è dunque la trasformazione dell’uomo in essere divino.

Bruno non vuole, dunque, solamente realizzare una tecnica più avanzata di memorizzazione, ma sviluppare e diffondere una dottrina che portasse all’elevazione dell’umanità.
Egli è uno dei grandi “rinnovatori” della tradizione ermetica riproposta a partire da Ficino. Rispetto a quest’ultimo peròBruno propone una visione molto più radicale, andando oltre il compromesso ficiniano tra ermetismo e dogma cattolico, e fu questo che lo portò sul rogo. L’uscita di Bruno dai confini del cristianesimo sarà poi ancora più evidente nel “Canto Circaeus” pubblicato un anno dopo il De Umbris.

L’eresia di Giordano Bruno sta principalmente in questo, nella volontà dell’iniziato di raggiungere la Conoscenza del divino per diventare Uomo, e come Uomo essere Dio. Lo stesso “peccato” che portò alla cacciata di Adamo dall’Eden e Prometeo al supplizio, portò Bruno sulla pira della “santa” inquisizione.  

di Gandolfo Dominici

Fonti: 
- La Porta G. - Giordano Bruno - Bompiani - 2010
- Kremmerz G. - Il mondo segreto - Mediterranee- 1986
- Giordano Bruno - De umbris idearum. Le ombre delle idee - Di Renzo Editore - 2004
- Uliana S. - Il De umbris idearum di Giordano Bruno. Commento integrale - Aracne - 2005
- http://www.scribd.com/doc/31869418/De-Umbris-Idearum-Definitivo-In-Italiano
- http://www.filosofico.net/ombre.htm

venerdì 13 maggio 2011

IL CAOS SOCIALE – CRITICA DEL DEMOCRATISMO (di Renè Guénon)

Propongo un paragrafo  tratto da una delle opere più "controverse" di Renè Guénon, da cui emerge la concezione "élitaria" dell'autore. Va premesso che per "èlite" Guénon non intede quella plutocratica e nemmeno l'"aristocrazia" per diritto di sangue, ma una "èlite" intellettuale e spirituale.
Ad una lettura superficiale può sembrare che Guénon sia un conservatore contro il progresso, ma così non è. La critica è verso la materialità del concetto "profano" di progresso: alla crescita orizzontale, materiale, "metallica", "profana" che si contrappone ed ostacola la crescità "verticale", iniziatica, spirituale ed intellettuale dell'uomo. Tale concezione "materialistica" causa la disgregazione delle società tradizionali su cui le diverse Tradizioni erano incastonate. Avviene dunque la scomparsa di queste e/o la loro "profanizzazione". Per Guenòn nel mondo moderno si è interrotto quel canale di comunicazione con il sovrasensibile su cui si fondava l’unità disenso e l’equilibrio della società tradizionale, di conseguenza l’habitat in cui il ricercatore della
Verità si trova ad operare è quello profano in cui il misconoscimento dei principi superiori procede parallelamente conla «contraffazione» e la «parodia» degli stessi.
Alla base della concezione elitaria di Guènon vi è dunque la convinzione della infallibilità della tradizione iniziatica, egli dice:
"La Dottrina iniziatica è infallibile perché è una espressione della Verità, che in se stessa è assolutamente indipendente dagli individui che la ricevono e la comprendono. La garanzia della Dottrina risiede in definitiva nel suo carattere «non-umano»".
Anche il mondo moderno rientra però nei  disegni divini ecorrisponde alla necessità di realizzare un ciclo e riavviarne uno nuovo mondo e un uomo nuovo.
Letto in questa chiave questo brano di Renè Guénon fornisce degli spunti interessanti (anche se forse non da tutti condivisi...essendo "elitari")
G.D. 

IL CAOS SOCIALE – CRITICA DEL DEMOCRATISMO
In questo studio non intendiamo trattare in modo speciale il punto di vista sociale, punto di vista che ci interessa solo assai indirettamente, non rappresentando che una applicazione alquanto lontana dei principi fondamentali. Così, non è nel dominio sociale che in ogni caso potrebbe prendere inizio una essenziale rettificazione del mondo moderno. Se questa rettificazione venisse infatti attuata a rovescio, partendo dalle conseguenze anziché dai principi, essa mancherebbe per forza di una base seria e sarebbe affatto illusoria. Nulla di stabile potrebbe mai risultarne e bisognerebbe cominciar sempre di nuovo per aver trascurato d’intendersi anzitutto circa le verità essenziali.
Per cui, non ci è possibile concedere alle contingenze politiche, anche dando a questa parola il suo senso più ampio, altro valore se non  quello di semplici segni esteriori della mentalità di  un’epoca. Ma per ciò stesso non possiamo nemmeno passar del  tutto sotto silenzio le manifestazioni del disordine moderno nel dominio sociale propriamente detto, nelle loro forme  più caratteristiche, che giungono fino al periodo dell’immediato dopoguerra [Qui si allude al primo dopoguerra 
1918-1939. La frase che segue è di quelle che l’A. aveva creduto opportuno aggiungere alla prima edizione italiana del presente libro, uscita nel 1937 (NdT)]: i fenomeni  politico-sociali più recenti, in parte di «reazione» o «controrivoluzione», per ora li lasceremo fuori di considerazione, anche perché finora essi non hanno sviluppato tutte le loro possibilità fino a dar materia ad un giudizio definitivo dal punto di vista in cui noi qui ci poniamo esclusivamente, cioèn da un punto di vista universale e superpolitico. 
Come si è detto poco fa, allo stato attuale del mondo occidentale quasi nessuno si trova nel posto che normalmente gli spetterebbe in base alla sua natura propria.
Ciò si vuole esprimere dicendo che le caste non esistono più, poiché la  casta, intesa nel suo senso vero e tradizionale, altro non è che la stessa natura individuale con l’insieme delle attitudini speciali che essa implica e che predispongono ogni uomo all’adempimento di una data funzione e non di un’altra. 
Quando l’accesso a qualsiasi funzione non è più controllato da alcuna regola legittima, il risultato inevitabile è che ognuno sarà portato a fare qualunque cosa e spesso ciò per cui egli è meno dotato.
La funzione che egli avrà nella società sarà determinata, se non dal caso, giacché il caso in realtà non esiste, da qualcosa che può sembrare il caso, cioè da un intreccio di circostanze accidentali di ogni specie. L’ultimo a intervenire, sarà proprio il solo fattore che dovrebbe contare in un simile caso, cioè la differenza di natura esistente fra gli uomini.

La causa di siffatto disordine è la denegazione di una tale differenza, denegazione che implica quella di ogni gerarchia sociale. E una tale negazione, che forse a tutta prima può essere stata appena cosciente e più pratica che teorica, perché la confusione delle caste ha preceduto la loro completa soppressione, o, in altre parole,  perché si è disconosciuta la natura dei singoli prima di finire col non tener alcun conto di essa - una tale negazione, diciamo, è stata costituita dai moderni in uno pseudoprincipio sotto il nome di «eguaglianza». 

Ora, sarebbe troppo facile mostrare che l’eguaglianza non può esistere in nessun caso, per la semplice ragione che è impossibile che due esseri siano realmente distinti eppure simili sotto ogni riguardo. Non meno facile sarebbe mettere in rilievo tutte le conseguenze assurde che derivano da questa idea chimerica, in nome della quale si è preteso di imporre dappertutto un completo uniformismo, ad esempio impartendo a tutti un identico insegnamento, come se tutti fossero egualmente capaci di capire le stesse cose e come se, per farle comprendere, gli stessi metodi fossero adatti per tutti indistintamente.
D’altronde, ci si può chiedere se  non si tratti più di «apprendere» che non di veramente «comprendere», cioè se non si sia sostituita la memoria all’intelligenza nella concezione affatto verbale e «libresca» del moderno insegnamento, il quale mira solo ad accumulare nozioni elementari e eteroclite e nel quale la qualità resta interamente sacrificata alla quantità, come accade dappertutto nel mondo moderno per ragioni che chiariremo in seguito: si tratta sempre di una dispersione nel molteplice. Nel riguardo, vi sarebbe molto da dire sui misfatti democratici dell’«istruzione obbligatoria»: ma non è questo il luogo di insistervi e, per non uscire dallo schema che ci siamo proposto, dobbiamo limitarci a segnalare di passata questa conseguenza speciale delle teorie «egualitarie» come uno di quegli elementi di disordine, che son divenuti troppo numerosi per poterli enumerare tutti senza omissioni. 
Naturalmente, quando noi ci troviamo di fronte ad una idea, come quella dell’«eguaglianza», o del «progresso», o di fronte agli altri «dogmi laici» che quasi tutti i nostri contemporanei hanno accettato ciecamente e la maggior parte dei quali han cominciato già a formularsi nettamente durante il XVIII secolo, non ci è possibile ammettere che tali idee siano nate spontaneamente. Si tratta, in fondo, di autentiche «suggestioni», nel senso più stretto della parola, che peraltro poterono produrre un effetto solo in un ambiente già preparato a riceverle. Se dunque esse non hanno creato lo stato d’animo complessivo che caratterizza l’epoca moderna, hanno tuttavia contribuito ad alimentarlo e a svilupparlo fino ad un punto, che altrimenti non sarebbe stato di certo raggiunto. Se queste suggestioni venissero meno, la mentalità generale sarebbe assai vicina a cambiar d’orientamento: per questo esse vengono così accuratamente favorite da tutti coloro che hanno un qualche interesse a protrarre il disordine, se non pure ad aggravarlo - e tale è anche la ragione per cui in tempi, nei quali si pretende di tutto sottoporre alla discussione, queste suggestioni sono le sole cose 
che non si debbono mai discutere. Del resto è difficile determinare esattamente il grado di sincerità di coloro che si 
fanno i propagandisti di simili idee, e sapere in che misura certe persone finiscono con l’essere prese dalle loro stesse 
menzogne e col suggestionarsi all’atto di voler suggestionare gli altri. Spesso in una propaganda del genere gli ingenui sono anzi gli strumenti migliori, perché vi portano una convinzione che agli altri sarebbe alquanto difficile fingere, e che è facilmente contagiosa. Ma dietro a tutto questo, almeno inizialmente, occorre che vi sia stata una azione assai più cosciente, una direzione che può venir soltanto da uomini sapienti perfettamente il fatto loro in ordine alle idee fatte circolare in tal guisa. Noi abbiamo parlato di «idee», ma una tale parola qui calza assai poco, essendo evidente che nella fattispecie non si tratta per nulla di idee pure e nemmeno di alcunché che appartenga come che sia all’origine intellettuale. Si tratta, se si vuole, di idee false, ma sarebbe ancor meglio chiamarle «pseudoidee» destinate soprattutto a provocare reazioni sentimentali, questo essendo il mezzo più efficace e più facile per agire sulle masse. Del resto, in questo ambito, le parole hanno una importanza maggiore dei concetti che esse dovrebbero esprimere e la gran parte degli «idoli» moderni non sono, invero, che parole, e noi ci troviamo dinanzi al curioso fenomeno noto sotto il nome di «verbalismo»: la sonorità delle parole basta a dare una illusione di pensiero.
L’influenza che gli oratori demagogici esercitano sulle folle è, a tale riguardo, assai caratteristica e non occorre studiarla da presso per rendersi conto che si tratta di un procedimento di suggestione paragonabile in tutto e per tutto a quello degli ipnotizzatori. 
Ma senza soffermarci ulteriormente su queste considerazioni, torniamo alle conseguenze della negazione di ogni vera gerarchia e notiamo che allo stato attuale delle cose non solo ogni uomo adempie alla sua funzione propria solo eccezionalmente e quasi accidentalmente, mentre è proprio l’opposto che in via normale dovrebbe essere l’eccezione {la norma}, ma accade altresì, che uno stesso individuo sia  chiamato a esercitare successivamente funzioni affatto diverse, quasi come se le sue attitudini potessero venir  cambiate a volontà. 
In un’epoca di «specializzazione» ad oltranza, ciò può sembrare paradossale, ma pure così è, specie nel mondo politico obbediente alle ideologie democratiche e liberali. 
Se la competenza degli «specialisti» è spesso illusoria e in ogni caso ristretta ad un dominio limitatissimo, la fede in una tale competenza è tuttavia un fatto, per cui ci si può chiedere come è che questa fede non abbia più parte alcuna quando si tratta della carriera degli uomini politici, ove, in regime parlamentare, l’incompetenza più completa ben di rado ha costituito un ostacolo. Tuttavia, pensandoci sopra, ci si accorge facilmente che non v’è da stupirsi, che si tratta insomma di un risultato naturalissimo della concezione «democratica», in virtù della quale il potere viene dal basso e poggia essenzialmente sulla maggioranza, cosa che ha per necessario corollario l’esclusione di ogni vera competenza, dato che la competenza è sempre una superiorità, anche se relativa, e può esser solo di pertinenza di una minoranza. 
Qui qualche spiegazione non sarà inutile per mettere in rilievo, da un lato, i sofismi nascondentisi dietro l’idea  «democratica», dall’altro, i legami che connettono tale idea con tutto l’insieme della mentalità moderna. Dato il punto di vista in cui ci poniamo, è quasi superfluo far rilevare che queste osservazioni saranno formulate fuor da ogni quistione di partito e da ogni disputa politica. Noi consideriamo queste cose in modo assolutamente disinteressato, come si farebbe per qualsiasi altro oggetto di studio, cercando solo di renderci conto il più chiaramente possibile di quel che vi è al fondo di tutto ciò; il che è del resto la condizione necessaria e sufficiente per dissipare tutte le illusioni che i moderni si sono fatte nel riguardo. Se, come è stato detto poco fa circa le idee un po’ diverse, si tratta proprio di «suggestione», basterà accorgersene e comprendere come la suggestione agisca, per impedire senz’altro a quelle illusioni di svilupparsi e di attecchire. Contro cose del genere un esame un po’ approfondito e puramente «oggettivo» - come oggi si dice nel gergo speciale preso in prestito dai filosofi tedeschi - è assai più efficace che non tutte le dichiarazioni sentimentali e le polemiche partigiane, che non provano nulla e sono l’espressione di mere preferenze individuali. 
L’argomento più decisivo contro la «democrazia» si riduce a due parole: il superiore non può promanare dall’inferiore, perché il più non può trarsi dal meno. Ciò è di un rigore matematico assoluto, contro cui non v’è cosa che possa.
Importa notare che proprio lo stesso argomento, applicato ad un altro ordine, vale anche contro il «materialismo»: concordanza per nulla fortuita, giacché le due attitudini sono assai più connesse di quanto possa sembrare a prima vista. È fin troppo evidente che il popolo non può conferire un potere che esso non possiede. Il vero potere può solo venire dall’alto, ed è per questo, diciamolo di  passata, che esso può divenire legittimo solo attraverso la sanzione di qualcosa di superiore all’ordine sociale, cioè di una autorità spirituale: altrimenti è solo una contraffazione 
di potere, uno stato di fatto ingiustificato perché mancante di un principio, e tale da dar luogo solo a disordine e  confusione. Questo capovolgimento di ogni gerarchia comincia non appena il potere temporale vuole rendersi indipendente dall’autorità spirituale, e poi subordinarla a  sé, pretendendo di asservirla a finalità materialisticamente politiche. Questa è la prima usurpazione che apre la via a tutte le altre, e si potrebbe mostrare ad esempio che la regalità francese, a partire dal XIV secolo, ha lavorato inconsciamente a preparare la Rivoluzione che poi doveva rovesciarla. È un punto che noi abbiamo sviluppato in un  altro lavoro, per cui qui ci limitiamo a questo accenno sommario. 
Definita come l’autogoverno del popolo, la «democrazia» è una vera impossibilità, qualcosa che non può nemmeno esistere come un fatto bruto, né nell’epoca nostra, né in un’altra qualsiasi. Non bisogna  farsi giocare dalle parole: è contraddittorio ammettere che stessi uomini possano essere ad un tempo governati e governanti perché, usando il linguaggio aristotelico, uno stesso essere non può essere in «atto» e in «potenza» simultaneamente e sotto lo stesso riguardo.
La relazione suppone necessariamente la presenza di due termini: non possono esservi dei governati se non vi sono anche dei governanti, siano pur essi illegittimi e non aventi altro diritto al potere oltre quello che essi stessi si sono arrogato. Ma la grande abilità dei dirigenti democratici del mondo moderno sta nel far credere al popolo che esso si governi da sé. E il popolo si lascia persuadere volentieri, tanto più che così esso si sente adulato, mentre è incapace di riflettere quanto occorre per accorgersi di una simile impossibilità. Per creare questa illusione, si è inventato il «suffragio universale»: è l’opinione della maggioranza come presunto principio della legge.
Ciò di cui non ci si accorge, è che l’opinione pubblica è qualcosa che si può facilissimamente dirigere e modificare. Per mezzo di adeguate suggestioni in essa si possono sempre provocare delle correnti nell’uno o nell’altro senso. Non ricordiamo più chi ha parlato di «fabbricare l’opinione»: espressione  giustissima, benché bisogna dire, da un altro lato, che i dirigenti apparenti non sono sempre coloro che dispongono  dei mezzi necessari per venire a tanto.
Quest’ultima osservazione spiega anche perché l’incompetenza degli uomini politici più in vista sembra non aver avuto che un peso assai relativo nel periodo demo-liberale cui alludiamo e là dove concezioni del genere  ancor oggi persistono.
Ma poiché qui non ci siamo proposti di analizzare l’ingranaggio di ciò che si potrebbe chiamare la «macchina per  governare», ci limiteremo a segnalare che questa stessa incompetenza offre il vantaggio di alimentare la illusione in discorso: effettivamente solo in tali condizioni gli uomini politici in quistione possono sembrare l’emanazione della maggioranza, apparendo quasi come un’imagine di essa, giacché la maggioranza, quale si sia la materia su cui è chiamata a pronunciarsi, sarà sempre costituita dagli incompetenti, il cui numero è incomparabilmente più grande di quello degli uomini capaci di decidere con cognizione di causa. 

Ciò permette senz’altro di dire che il principio, secondo cui la maggioranza dovrebbe dettar legge, è essenzialmente sbagliato. Anche se un tale principio, per la forza stessa delle cose, è solo teorico e non può corrispondere a nessuna realtà effettiva, resta tuttavia da spiegare come è che esso abbia potuto far presa sullo spirito moderno, resta da vedere quali sono le tendenze di quest’ultimo alle quali esso corrisponde e che esso, almeno in apparenza, soddisfa. L’errore più visibile è proprio quello or ora indicato: il parere della maggioranza non può essere che la espressione dell’incompetenza, la quale poi risulta dalla mancanza d’intelletto o dall’ignoranza pura e semplice.
Qui si potrebbero fare intervenire alcune osservazioni in fatto di «psicologia collettiva» ricordando soprattutto il fatto ben noto, che in una folla l’insieme delle reazioni mentali producentisi negli individui che ne fanno parte forma una risultante che non corrisponde nemmeno al livello medio, bensì a quello degli  elementi più bassi.
D’altra parte, vi sarebbe anche da rilevare che certi filosofi moderni hanno voluto trasportare nell’ordine intellettuale la teoria «democratica» che fa prevalere il parere della maggioranza, facendo di quel che essi chiamano il «consenso universale» un preteso «criterio di verità». Anche supponendo che vi siano effettivamente cose su cui tutti gli uomini siano d’accordo, questo accordo, in sé stesso, non proverebbe proprio nulla. Inoltre anche se questa umanità esistesse - cosa dubbia già per il fatto che vi saranno sempre uomini che non hanno opinioni di sorta circa una data quistione e che tale quistione non se la son mai posta - sarebbe impossibile verificarla praticamente,  per cui quel che si invoca in favore di una opinione come segno della sua verità si riduce ad esser soltanto l’assenso del maggior numero, riferentesi, per di più, ad un ambiente necessariamente limitato nello spazio e nel tempo.
In questo dominio appare in modo ancor più chiaro che la teoria in questione è priva di base, perché qui è più facile isolarla dall’influenza del sentimento, che invece ha quasi inevitabilmente una parte non appena si entri nel campo politico. Proprio questa influenza è uno dei principali ostacoli per la comprensione di certe cose, perfino in coloro la cui capacità intellettuale sarebbe già più che sufficiente per pervenire senza fatica a tale comprensione. Gli impulsi emotivi inibiscono la riflessione e una delle abilità più volgari della politica demagogica moderna è quella che consiste nel trar partito da tale incompatibilità. 
Ma andiamo più in fondo alla questione: che cosa è propriamente cotesta legge del maggior numero invocata dai governi moderni più o meno democratici come unica loro giustificazione?
È semplicemente la legge della materia e della forza bruta, la legge stessa in virtù della quale una massa trasportata dal proprio peso schiaccia tutto quel che incontra sulla sua via. Proprio qui si ha il punto d’interferenza fra la concezione «democratica» e il «materialismo» e ciò che fa sì che quella concezione sia intimamente legata alla mentalità attuale.
È il completo capovolgimento dell’ordine normale, giacché è la proclamazione della supremazia della molteplicità come tale, supremazia che effettivamente esiste soltanto nel mondo materiale [Basta leggere S. Tomaso d’Aquino per vedere che numerus stat ex parte materiae]. 
Invece nel mondo spirituale, e ancor più semplicemente nell’ordine universale, l’unità sta al sommo della gerarchia, essendo il principio donde procede ogni molteplicità [Dall’un ordine di realtà passando all’altro, l’analogia, qui, come in ogni caso consimile, si applica strettamente in senso inverso]; ma quando il principio viene negato o viene perduto di vista, non resta più che la molteplicità pura, identificantesi alla stessa materia. 
D’altra parte, l’accenno ora fatto al peso è più di un semplice paragone, perché il peso, nel dominio delle forze fisiche nel senso più comune del termine, rappresenta effettivamente la tendenza discendente e comprensiva, che crea nell’essere una limitazione sempre più grande e che in pari tempo procede nella direzione della molteplicità, figurata qui da una densità sempre maggiore [Una tale tendenza è quella che la dottrina indù chiama tamas e che essa assimila all’ignoranza e all’oscurità. Si noterà che, secondo quanto  dicevamo poco fa circa l’applicazione dell’analogia, la compressione o condensazione di cui si tratta è l’opposto  della concentrazione considerata nell’ordine spirituale o intellettuale; per cui, benché ciò possa apparire singolare a tutta prima, essa in realtà corrisponde alla divisione e alla dispersione nel molteplice. Lo stesso si verifica per l’uniformità realizzata partendo dal basso, dal livello del più inferiore, che costituisce l’estremo opposto dell’unità superiore e principale]; ed è questa tendenza che indica il senso secondo cui l’attività umana si è sviluppata a partir dall’epoca moderna.

V’è inoltre da notare che la materia, per via del suo potere di divisione e in pari tempo di limitazione, è quel che la dottrina scolastica chiama «principio d’individuazione», il che riallaccia le considerazioni ora esposte a quanto abbiamo detto precedentemente circa l’individualismo. Proprio la tendenza ora in questione potrebbe dirsi la tendenza «individualizzante», quella secondo cui si attua ciò che la tradizione giudeo-cristiana designa come la «caduta» degli esseri separatisi dall’unità originaria [Per questo Dante pone la sede simbolica di Lucifero al centro della terra, cioè nel punto in cui convergono da ogni parte le forze del peso. Da questo punto di vista, esso è  l’inverso del centro dell’attrazione spirituale o «celeste», simbolizzato dal sole nella gran parte delle dottrine tradizionali].
La molteplicità considerata fuor dal suo principio e come tale insuscettibile ad essere ricondotta all’unità, nell’ordine sociale è la collettività concepita come la mera somma aritmetica degli individui che la compongono, e che effettivamente è solo questa somma dal momento che essa non è più connessa a nessun principio superiore agli individui. Da tale punto di vista la legge della collettività è proprio la legge del maggior numero su cui si basano le varietà dell’idea «democratica». 
Su ciò, bisogna fermarsi un istante per prevenire una  possibile confusione. Parlando dell’individualismo moderno abbiamo considerato quasi esclusivamente le sue manifestazioni nell’ordine intellettuale. Si potrebbe credere che nell’ordine sociale il caso sia ben diverso. Se infatti si prendesse il termine «individualismo» nella sua accezione più ristretta si potrebbe esser tentati di contrapporre la collettività all’individuo e di pensare che fenomeni, come la parte sempre più invadente degli Stati collettivistici antiliberali e la complessità crescente delle relative istituzioni sociali centralizzate, siano il segno di una tendenza opposta all’individualismo. In realtà, non si tratta di nulla di simile: la collettività altro non è che la somma degli individui e come tale non è l’opposto di questi, come non lo è lo stesso Stato concepito alla moderna, cioè come una semplice espressione della massa, in cui non si riflette alcun principio superiore (caso-limite: lo Stato-massa autoritario del sovietismo materialista).
Ora, proprio la negazione di ogni principio super-individuale costituisce l’individualismo quale noi lo abbiamo definito. Se dunque nel campo sociale si verificano del conflitti fra varie tendenze derivanti tutte e in egual modo, dallo spirito moderno, tali conflitti non sono fra l’individualismo e qualcosa d’altro, ma solo fra le  varietà multiple o le multiple conseguenze cui lo stesso individualismo dà luogo; ed è facile rendersi conto che, finché mancherà ogni principio capace di unificare realmente dall’alto la molteplicità, tali conflitti saranno sempre più  numerosi e più gravi nella nostra epoca che non in un qualsiasi tempo passato, giacché chi dice individualismo dice necessariamente divisione - e questa divisione, con lo stato di caos che essa ingenera, è la conseguenza fatale di ogni civiltà soltanto materiale, la radice della divisione e della molteplicità essendo propriamente la stessa materia. 

Ciò detto, bisogna insistere ancora su di una conseguenza immediata dell’idea «democratica» in generale, e in particolare di quella «collettivista»: è la negazione dell’élite intesa nella sua sola accezione legittima. Non per nulla «democrazia» si oppone ad «aristocrazia», questa seconda parola, almeno quando è intesa nel suo senso etimologico, designando precisamente il potere dell’élite. La quale, quasi per definizione, non può essere che una minoranza, e la sua potenza o, per dir meglio, la sua autorità, procedente dalla sua superiorità intellettuale, non può avere nulla in comune con la forza numerica su cui poggia la «democrazia», il carattere essenziale della quale è di sacrificare la minoranza alla maggioranza epperò, come dicevamo poco fa, la qualità alla quantità e l’élite alla massa.
La funzione dirigente di una vera élite e la sua stessa esistenza (poiché per essa esistere e avere una tale funzione fa tutt’uno), sono radicalmente incompatibili con la «democrazia», che è intimamente connessa alla concezione «egualitaria», cioè alla negazione di ogni gerarchia: al fondo dell’idea «democratica» sta la pretesa che un qualunque individuo equivalga all’altro per il fatto del loro essere uguali numericamente, benché non possono esserlo che numericamente.
Una élite vera, l’abbiamo già detto, può essere soltanto intellettuale nel senso superrazionalistico da noi sempre dato a questo termine: per cui la «democrazia», e con essa ogni individualismo liberale e ogni collettivismo, possono farsi largo solo là dove l’intellettualità pura non esiste più, come ne è appunto il caso del mondo moderno.
Solo che l’eguaglianza essendo impossibile di fatto, e essendo praticamente impossibile sopprimere ogni differenza fra gli uomini, ad onta di ogni opera di livellamento si finisce, con un curioso illogismo, con l’inventare delle false élites, élites multiple, che pretendono sostituirsi alla sola  élite reale.
E queste false élites si basano sulla considerazione di superiorità varie, eminentemente relative e contingenti, e sempre d’ordine materiale.
Ci si può accorgere facilmente di ciò notando come quasi dappertutto la distinzione sociale che oggi più conta è quella basantesi sulla fortuna, sui beni, cioè su di una superiorità affatto esteriore e d’ordine esclusivamente quantitativo; la sola, insomma, che sia conciliabile con la «democrazia» perché procedente dal suo stesso punto di vista.  
Vi è però da dire che anche coloro che attualmente si atteggiano ad avversari di un simile stato di cose, nella misura in cui non facciano intervenire alcun principio d’ordine superiore, restano incapaci di rimediare efficacemente ad un tale disordine, quand’anche non rischiano di aggravarlo nel portarsi ancor più oltre nello stesso senso.Queste brevi riflessioni riteniamo che basteranno per caratterizzare quel che nel mondo sociale contemporaneo ha agito in modo più distruttivo e, in pari tempo, per mostrare che in questo campo come in ogni altro, vi è solo mezzo per uscire decisamente dal caos: restaurare l’intellettualità e ricostituire quindi una  élite  che, nell’accezione superpolitica e nettamente metafisica da noi data a tale termine, attualmente in Occidente deve considerarsi inesistente, non potendosi dare quel nome a degli elementi isolati e senza coesione, i quali possono soltanto rappresentare delle possibilità non ancora sviluppate. Infatti in tali elementi si possono in genere trovare solo tendenze o aspirazioni, che li portano indubbiamente a reagire contro lo spirito moderno, senza però che una corrispondente influenza abbia modo di esercitarsi in modo effettivo. Quel che loro manca è la vera conoscenza, sono i dati tradizionali, dati che non si improvvisano e ai quali, specie in circostanze così sfavorevoli sotto ogni riguardo, una intelligenza abbandonata a sé stessa può supplire solo assai imperfettamente e debolmente. Non esistono dunque che sforzi dispersi, spesso deviati causa la mancanza di principi e di orientamento dottrinale. Si potrebbe dire che il mondo moderno si difende per mezzo della sua stessa dispersione, a cui perfino i suoi avversari non sanno sottrarsi. E così andranno le cose finché costoro si terranno sul terreno «profano», dove lo spirito moderno ha un vantaggio evidente, essendo il suo terreno proprio e esclusivo: d’altronde, se essi restano in questo campo, ciò non prova forse che un tale spirito, malgrado tutto, conserva su di essi un notevole potere? Per questo tante persone, benché animate di una buona volontà incontestabile, sono incapaci di comprendere che occorre necessariamente cominciare dai principi e si ostinano a dissipare le loro energie in questo o quel dominio relativo, sociale o simile, in cui in tali condizioni nulla di durevole e di reale può esser compiuto. 
La vera élite non dovrà invece intervenire direttamente in questi domini e nemmeno mescolarsi all’azione esterna. Essa dirigerà tutto per mezzo di una influenza impercettibile per l’uomo comune, tanto più profonda per quanto meno sarà visibile. Se si pensa al potere di quelle suggestioni, di cui parlavamo poco fa, le quali tuttavia non presuppongono nessuna vera intellettualità, si potrà anche sospettare ciò che, a maggior ragione, sarebbe il potere di una influenza come questa, esercitantesi in modo ancor più nascosto per via della sua stessa natura, e traente la sua origine dall’intellettualità pura: potere che, peraltro, invece di esser menomato dalla divisione inerente al molteplice e dalla debolezza insita in tutto quel che è menzogna o illusione, sarebbe invece intensificato dalla concentrazione nell’unità del principio e si identificherebbe alla forza stessa della verità.

Fonte - Renè Guenòn - LA CRISI DEL MONDO MODERNO -Traduzione e introduzione di Julius Evola -Edizioni Mediterranee - 1972- scaricabile da: http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/reneguenon/crisi.pdf