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mercoledì 15 giugno 2011

SRI AUROBINDO E L'EVOLUZIONE SPIRITUALE

Secondo Sri Aurobindo, l'essere umano è costituito dagli elementi dei diversi regni o piani dell'essere che costruiscono la realtà.
L'universo ha diverse gradazioni, che vanno dalle forme elementari della materia inerte al vitale/bioenergetico, al mentale, allo spirituale, alla Supermente e oltre.
I piani dell'essere costituiscono un continuum, essendo forme immanenti della realtà divina.
Sri Aurobindo afferma che i componenti fisici dell’essere umano hanno durata limitata alla vita del singolo uomo; con la morte la forma vitale/bioenergetica dell'uomo ritorna alla riserva cosmica dalla quale proviene, mentre l’aspetto mentale (l’essere psichico, l’anima) perdura ed evolve da una vita all'altra perdendo però la “personalità”.
La personalità non può sopravvivere, perché la natura evolutiva dell’esistenza cosmica è in perenne perfezionamento e tende all’intensificazione della coscienza; dunque l’apparenza superficiale dell'individuo deve morire per evolversi.
Secondo Sri Aurobindo esiste una coscienza suprema che é discesa nella materia e progressivamente tende a separarsi da essa per tornare alla condizione originaria ed eterna dell’Uno.
“L'Uomo universale, il Purusha cosmico nell'umanità sta sviluppando nella razza umana il potere che è cresciuto nell'umanità dai gradini esistenziali inferiori e continuerà a crescere nella Supermente e nello Spirito, fino a diventare il Dio nell’uomo, che é consapevole del suo sé vero e integrale, e dell'universalità divina della sua natura. […]Abbiamo una concezione dello spirito come di qualcosa che non è costituito da un nome e da una forma, ma assume forme corporee e mentali diverse a seconda delle varie manifestazioni del suo essere-anima. Questo si verifica tramite un'evoluzione progressiva; evolve in forme e stati successivi di coscienza. Infatti non è sempre costretto ad assumere una e una sola forma per possedere un tipo di mentalità che è l'unica manifestazione soggettiva possibile. L'anima non è legata alla formula dell'umanità mentale: non é iniziata con essa e non finirà con essa; aveva un passato pre-umano, ha un futuro sovrumano". 1
Non esiste dunque per Aurobindo l’“anima immortale" ma tutte le cose, inclusa l'anima, evolvono verso gradi sempre maggiori di pienezza, armonia, coscienza del Tutto. Non posso esistere innumerevoli anime immortali poiché alla fine del processo di perfezionamento l’anima si dovrà riconoscere come una cosa sola con l’Uno, intendendo essere sempre stata Dio che si nascondeva da sé per poi riconoscersi e ritrovarsi.
In altre parole l’anima è come una goccia d’acqua che evaporata e divenuta nube diviene pioggia e ricade nell’oceano infinito del Tutto ricongiungendosi ad esso e comprendendo di essere sempre stata acqua (spirito e non solo anima) dell’oceano (definizione tratta da riflessioni con Michele Barresi).
La reincarnazione non è mera trasmissione da un’esistenza personale all’altra di memorie, attitudini o tratti personali  che ne rappresentano soltanto gli aspetti più superficiali e che sono comunque in perenne cambiamento ed evoluzione.  Dice Aurobindo che:
“La natura si sviluppa di stadio in stadio e in ognuno riassume il suo passato e lo trasforma nella materia del suo nuovo incremento".
Secondo questa concezione l’Uomo tende tramite la reincarnazione a trasmutare in forme superiori verso il Superuomo che per analogia può essere riconosciuto nell’Adam Cadmon cabalistico.
Il processo di rinascita è diretto dalle leggi cosmiche, il karma é il mezzo che permette la liberazione, l'Illuminazione; man mano che l’individuo sale di livello, gli attributi del suo karma si modificano.
Dice Sri Aurobindo:
“Dietro all’idea del karma vi sono due fattori costitutivi: una legge di Natura, o l'energia e l'azione della Natura, e un’anima che vive secondo tale legge, esprime delle azioni entro tale energia e riceve in cambio qualcos'altro secondo il carattere delle proprie attivita
[…]Cosi come l'individuo utilizza l'energia, altrettanto fu e sarà il ritorno dell’energia universale in lui ora e per sempre. Questo e il significato fondamentale del karma”.2
Passando da una vita all’altra, l'anima (essere psichico), agendo sotto la legge del karma, supera le esistenze effimere rappresentate dalle personalità di ciascuna vita.
Come sosteneva anche Evola per Aurobindo, lo yoga é uno strumento dello sviluppo che ci dirige nel viaggio nei labirinti senza fine dell’evoluzione naturale, verso un’evoluzione cosciente e auto-determinata.
Il fine ultimo del ciclo delle rinascite non è la perfezione dell'Io, ma la trascendenza dell'Io che si riscopre Dio, Uno, eterno.
“La nostra umanità è il punto d’incontro cosciente tra il finito e l'infinito; crescere sempre più verso quell'infinito anche in questa nascita fisica e il nostro privilegio.[...]
Crescere in conoscenza, potere, delizia, amore e unita, verso la luce, la capacità e la gioia infinite dell'esistenza spirituale; renderci universali, finché non saremo tutt'uno con l'essere; superare il nostro sé presente e limitato finché non si apra pienamente alla trascendenza in cui vive l'universale, basando su di esso tutto il nostro divenire: ecco l'evoluzione completa di quanto ora vive avvolto nelle tenebre, o agisce nella Natura in un'evoluzione solo parziale”. 2
Per concludere riporto i versi del poeta persiano del XIII secolo Rumi:
Morii minerale e rinacqui vegetale.Morii vegetale e rinacqui animale.Morii animale e fui uomo.Perché dovrei temere? Morendo fui forse di meno?Eppure di nuovo morirò uomo, per librarmiCon gli angeli beati; ma anche la condizione angelicaDovrà passare. Tranne Dio, tutto perisce.Quando avrò sacrificato la mia anima d'angelo,Diverrò ciò che mente umana non pub concepire.Oh, che io possa non esistere! Perché la non esistenza proclama“A Lui ritorneremo". 3
 di Gandolfo Dominici

Note e biografia:
  1.  The Essential Aurobindo: Writings of Sri Aurobindo - Lindisfarne Books; 2nd edition – 2001. P.100-103.
  2. Sri Aurobindo- The problem of Rebirth – Ahram Trust – 1952- p.130 e p.83.
  3. Gialal ad-Din Rumi - Poesie mistiche, introduzione, traduzione, antologia critica e note di Alessandro Bausani – Rizzoli -1980.
  4.  John White L’incontro di scienza e spirito – Pratiche – 2001.

PRAGA MAGICA

Vicolo d'oro - Praga
Praga Magica Parte 1

Praga Magica Parte 2

martedì 14 giugno 2011

Evola e Guènon sull'iniziazione


‎"Proprio sulla massoneria come viatico tuttora valido a una realtà metafisica si ebbe una garbata querelle tra Guènon e Evola, vergata nelle pagine di un concitato epistolario: il primo credeva che si dovesse operare un distinguo tra un'iniziazione "virtuale" e una "effettiva", asserendo che solo la prima forma fosse possibile usufruire per i membri delle moderne associazioni muratorie, dato che quest'ultime non avevano ormai più la qualifica di "tradizionali", condizione unica perchè si potesse avere il secondo tipo di consacrazione, l'esoterista romano controbatteva che l'iniziazione "virtuale" era de facto inesistente, posto che non poteva darsi un'iniziazione vera da parte di un'associazione "spiritualemente degradata" qual era la massoneria odierna."
Da Julius Evola e la libera muratoria. Una verità scomoda. di Fabio Venzi. Prefazione di Marcello De Martino. p. 7

giovedì 9 giugno 2011

PENSIERO SULLA MISSIONE DEL DOTTO



Diceva  Johann Gottlieb Fichte: 

"Al dotto è affidata una missione: egli e' obbligato, moralmente e responsabilmente, poiché per la sua stessa perfezione culturale possiede maggior coscienza di sé, non solo a diffondere il suo sapere tra gli uomini indotti, ma a presentarsi come esempio vivente di razionalità e moralità per tutti gli uomini." 


Io a questo aggiungo che:

"per adempiere a cio' che dice Fichte, il dotto puo', e deve, usare tutti i mezzi di comunicazione utili, anche se cio' puo' attirare le perplessita' e le ostilita' di quelli che il grande Giordano Bruno definiva "accademici petulanti"."


Gandolfo Dominici

I Cigni Neri sono poi così neri? Taleb, De Finetti e la Probabilità di Ignazio Licata


Black-swan
In questi ultimi anni Nassim Taleb ha condotto una serrata critica al concetto di probabilità ed alla  distribuzione statistica normale di Gauss, sottolineando l’importanza di quegli eventi rarissimi che modificano l’intero assetto di un sistema in modo impredicibile ed irreversibile, gli ormai famosi “Cigni Neri”. Esempi classici sono l’11 settembre e la crisi della borsa del ’29. Più recenti, la catastrofe di Fukushima ed i rivolgimenti nel Medio Oriente. Questi eventi non stanno sul picco più alto della “curva a campana” di Gauss, il luogo del “medio” e del “più frequente”, ma sono situati sugli asintoti ai due lati della curva, quello che Taleb chiama l’Estremistan. Il discorso può diventare complicato - ed in effetti c’è un intenso dibattito tra gli specialisti di teoria della probabilità su queste posizioni -, ma possiamo dire che quello di Taleb è soprattutto un assalto alle concezioni “oggettiviste” della probabilità (la definizione classica come numero di eventi favorevoli/ numero di casi possibili, o quella frequentista relativa al numero di osservazioni fatte), perché in effetti lo spazio campione di eventi di questo tipo è impossibile da costruire. Non ci puoi fare una statistica.
Image001Ma il cigno non è poi così nero se consideriamo l’approccio soggettivista di Bruno De Finetti (1906-1985). Figura eccezionale di matematico e filosofo, la sua definizione di probabilità si sviluppa all’interno dell’idea intuitiva di “scommessa equa e coerente”, mettendo d’accordo matematica e scienze cognitive con l’accezione comune del termine “probabilità”, che è sempre correlata ad una valutazione soggettiva sulla verosimiglianza di un evento. Se smettiamo di considerare la probabilità come l’etichetta di un evento, ma la pensiamo piuttosto come un cartello indicatore o una nuvola di possibilità relative a quell’eventocostruita sulla base delle informazioni dell’osservatore, allora è chiaro che gli eventi sono rari o rarissimi in base  alle nostre conoscenze. Vediamo le cose un po’ più da vicino. Un evento è rarissimo se la probabilità di verificarsi è estremamente bassa, e - come sostiene Taleb -, un cigno nero è proprio fuori dalla possibilità teorica del concetto stesso di probabilità. Ma questo è vero quando le informazioni disponibili sull’evento per ogni osservatore sono le stesse! Questa, analizzata con attenzione, è  un’ipotesi fin troppo forte. In realtà l’informazione non è mai distribuita uniformemente tra tutti, c’è sempre un osservatore che per la sua vicinanza all’evento sarà in grado di offrirne una valutazione di verosimiglianza. Sicuramente le previsioni sul Medio Oriente sarebbero sembrate assurde ad ogni “occidentale”, ma ben diverse erano quelle che potevano essere fatte da chi  operava, a più livelli, in zona. Stesso discorso per la Bosnia dal 91 al 95, ed infine miopia sistematica per i politici e gli imprenditori giapponesi. Il mercato sarà imprevedibile per il matematico dilettante o l’investitore inesperto, ma non per un  Gordon Gekko!
 In pratica, con le “carte giuste”, non c’è evento sul quale sia impossibile scommettere. Qui non si tratta di affidare alla probabilità un impossibile ruolo di previsione, ma di usare le nostre conoscenze per una ragionevole attenzione, fino ad arrivare alla nozione di strategia, il ruolo attivo dell’osservatore,  efficacemente espresso dalla fulminante e celebre frase di De Finetti: “sapere come le cose andranno, come se andassero per conto loro (…) è un problema di decisione, non di previsione”.
Condividiamo invece le perplessità di Taleb sulla curva di Gauss. Questa curva vale nel caso di situazioni perfettamente casuali (lanci di dadi e palline non truccate, random walk – un passo avanti o uno indietro a seconda dell’uscita testa/croce di una moneta -, distribuzione degli errori in una misura), ma in effetti gran parte delle distribuzioni di eventi casuali (i.e., non prevedibili) non seguono la curva random di Gauss, ma piuttosto hanno una distribuzione a “legge di potenza”; mettiamole a confronto nell’immagine che segue:   
Immagine14







Andamenti di questo tipo li troviamo nella frequenza di distribuzione di cose molto diverse tra loro: le parole in un testo, la grandezza delle città, i contatti su internet, la magnitudo dei terremoti, i movimenti di mercato, le citazioni nella letteratura scientifica, le reti biologiche. E’ una legge di potenza quella che aveva scoperto il sociologo ed economista Vilfredo Pareto, quando stabilì che l’80 % delle ricchezze erano in mano al 20% della popolazione, cosa che viene spesso ironicamente denominata “effetto Matteo”, con riferimento all’evangelico “a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto”.

Perché sistemi complessi così diversi mostrano distribuzioni di questo tipo? La risposta sono  le reti di piccolo mondo! Il fatto è che gran parte degli eventi casuali non accadono nel vuoto senza memoria della casualità pura, ma si inscrivono in reti di eventi già prefigurate, e dunque si “agganciano” a catene preesistenti, costituite da una struttura forte di hub connettivi che bypassano le informazioni tra gli altri nodi. Immagine1Esempi di hub sono “l’amico di tutti”,  i connettivi nella lingua, i grossi scali aeroportuali. In biologia le reti “small worlds” si trovano praticamente ovunque, perché garantiscono flessibilità (non troppo ordinato) ed efficienza (non troppo disordinato).  In scenari come questi i cigni non sono poi così neri ma grigi: in altre parole, una catastrofe può essere l’estinzione di uno o più hub, ma globalmente il sistema continua ad avere un suo funzionamento, una sua autonomia e dunque una  dinamica globale che guida le nostre valutazioni di rischio. Non voglio dare l’impressione di poter colonizzare l’Estremistan di Taleb. Piuttosto voglio suggerire che i cigni neri rientrano in quello che i fisici dell’emergenza conoscono come principio di indifferenza: un sistema complesso dispiega molti comportamenti diversi sostanzialmente equivalenti dal punto di vista energetico, ed è impossibile una previsione univoca sul modo di utilizzare l’energia/informazione a disposizione. Non possiamo conoscere tutti i fattori, e sicuramente nella maggior parte dei casi  è più facile “ricostruire” a posteriori un evento che disporre di un impossibile armamentario teorico per dedurlo a priori (“faccio prima ad osservarlo). Ma questo non vuol dire che siano impossibili ragionevoli valutazioni di rischi, azioni  e precauzioni. Che anche i cigni neri possano essere illuminati almeno un po’ è anche quello che sostiene Albert Laszlo Barabasi nel suo ultimo libro, Lampi, che riassume anni di studi con il suo gruppo  sulla “Human Dynamics” . Insomma, bisogna stare attenti, criticando la probabilità oggettiva, a non creare una casualità oggettiva ed inafferrabile, ammettendo dunque implicitamente che l’unica scienza possibile è quella che pretende di calcolare tutto in dettaglio. Se accettiamo la sfida seduttiva della casualità possiamo invece  ampliare il concetto stesso di “scienza”, fare scommesse ragionevoli, e migliorare il nostro  orecchio con l’ascolto del mondo.
Nota: devo molto ai dibattiti sulla probabilità con l' amico Marcello Mastroleo, un giovane, brillante matematico. Questo post è un'estratto dal mio "Complessità. Un'Introduzione Semplice", di prossima pubblicazione per duepuntiedizioni.

Il problema mente/corpo (di Maurizio Matteuzzi)

L'anima e il corpo
La visione intuitiva del problema mente/corpo è quella dualista; è questo un pre-supposto spesso implicito radicato nel nostro modo di sentire ordinario. La ragione storica è sicuramente molto ben delineata, ed affonda nella tradizione giudaica, aristotelica, cattolica, cartesiana. Già nell'abbrivio dell'Antico Testamento leggiamo che "lo spirito di Dio aleggiava sulle acque" [Gen, 1,2]. E, di seguito, Dio crea l'uomo infondendogli la vita che è il suo respiro:
«Dio il SIGNORE [YHWH] formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici l'alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente (ebr. Nèfesh hachaiyàh; latino animam viventem; greco psychè ton zòion). » [Gen, 1,7]. 
Anima è termine semanticamente sovradeterminato, potendosi ricomprendere in esso il soffio in senso materiale (il pneuma), la mente (psyché), la vita, la personalità, l'individualità, ecc. 
La visione arstotelica, nel distinguere una materia (yle) da una forma (eidos, secondo l'ascendente platonico, ma anche, diversamente, morfé, come forma in senso iconico ,e a volte, razionalisticamente, logos), assume l'ente come sinolo delle due; e questo è il fondamento della definizione tomistica di uomo come unione di corpo e anima che diviene canone definitivo per la dottrina cattolica.
Cartesio, nel determinare la nascita della filosofia moderna, con il suo drastico mutamento del punto di partenza, che si sposta per sempre dall'oggetto conosciuto al soggetto conoscente, con il suo rivoluzionario cogito, perviene in fine al più esplicito, eclatante, insanabile dualismo tra res cogitans eres extensa: il regno delle idee e del libero arbitrio, da una parte, il meccanicismo deterministico dall'altra.
Nella metà del secolo scorso, quando, sul nascere dell'intelligenza artificiale, si cercò una definizione di intelligenza che potesse ricomprendere sotto una più ampia generalità tanto l'intelligenza umana quanto quella delle  macchine, i così detti padri fondatori delinearono il celebre paradigma del sistema fisico/simbolico: intelligenza è capacità di elaborare simboli sopra un processore materiale.
In conclusione, nessuno potrebbe sostenere che la fanfara del dualismo non gli sia mai risuonata nelle orecchie, magari mentre pensava ad altro.
Ma, sgombrando la nostra riflessione da ogni pre-giudizio, come si confugura la questione nella sua formale generalità?

L'uno e i molti
All'orgine della questione dobbiamo mettere il problema di fondo, il primo, il più essenziale dei problemi, quello dell'essere in quanto tale, dell'essere senza alcuna specificazione. La domanda da cui ogni altra discende è dunque se qualche cosa vi sia, e che cosa eventualmente essa sia. Tale è la domanda originale, quella stessa che molti, troppi approcci moderni hanno tentato in ogni modo di eludere, bollandola di "metafisicità", di scarsa chiarezza, di essere un non senso; l'hanno negata non comprendendo che la loro eventuale (per puro assurdo) vittoria avrebbe conseguentemente vanificato loro stessi (come ogni altra cosa, del resto). 
Partendo dal minimo impegno ontologico possibile, potremo cominciare a stabilire per intanto, chel'essere è uno o non è uno, e cioè è molti; il caso al di sotto dell'uno non potendo verificarsi senza che scomparisse la nostra stessa argomentazione. Ecco dunque  la prima ipotesi, l'essere è uno: il monismo. L'esempio più paradigmatico è senza ombra di dubbio Spinoza, il Deus sive Natura: il Tutto, Dio, la Natura, il Mondo sono la stessa, una stessa cosa. Pensiero ed estensione, il modo cartesiano di dire mente/corpo, non hanno allora carattere cosale, ma sono due degli infiniti attributi del Tutto, i due soli che si porgono alla nostra conoscenza. Il loro statuto ontologico è quello del darsi come modalità, come modi di essere, come facce della stessa oggettualità. 
Se rifiutiamo questa assunzione, di mente/corpo come modi, e seguiamo la via opposta della loro sostanzializzazione, allora ci si presenta da subito una ulteriore alternativa, e cioè che il reale sia costituito tutto dall'una o dall'altro. Così avremo il materialismo, sotto l'ipotesi della corporeità, o lo spiritualismo, o l'idealismo (in senso non platonico) sotto l'altra. Si pensi all'atomismo di Democrito, o, modernamente, al marxismo ad esemplificazione del primo caso, e all'idealismo fichtiano nel secondo, là dove il non-io, il mondo, diviene residuo dell'attività dell'io. Una variazione significativa può allora essere quella di assumere ciò che vi è come non riconducibile né al mentale né al corporeo, ma a qualcosa di indistinto rispetto a tale contrapposizione, o comunque di diverso da entrambi. E' questo il caso del così detto monismo neutro di Russell (nella sua veste originale o nella riproposizione di Davidson), secondo il quale l'uomo si troverebbe in un punto intermedio di un continuum che gli appare mentale nelle sue forme superiori e materiale in quelle inferiori.
Negare l'ipotesi monistica, e al di fuori del dualismo, del quale stiamo appunto analizzando le alternative, conduce poi al pluralismo: se un solo tipo di cosalità non basta, perché, negata l'unicità, ci si dovrebbe fermare a due? Si prenda ad esempio Leibniz: il reale è costituito da monadi, e queste sono né una nè due, ma al contrario infinite. D'altra parte, perché un Dio creatore, onnipotente, avrebbe dovuto risparmiare sugli enti? All'opposto, la ricchezza ontologica del creato definisce il migliore dei mondi possibili proprio come la realizzazione del massimo di compossibilità. Il reale diviene l'esito di un processo calcolistico di ottimizzazione, contrapposto antitetico del rasoio di Okham (che pure lo stesso Leibniz fa proprio in sede di logica). Le monadi essendo punti metafisici, ma anche, altrettanto, rappresentazioni, possone essere ricomprese come menti. La materia è allora antitipia, resistenza residua, correlata, ancorché non con-fusa in un sinolo, con la monade. Il problema del rapporto mente/corpo, relegato da Cartesio entro i poco sicuri confini della ghiandola pineale, viene allora ridefinito come hypothesis concomitantiae: la perfezione del creatore è garanzia certa di perpetua sincronia; così che, proprio quando io penso di prendere la penna, il mio braccio la prende, non perché qualcosa transiti effettivamente dalla mente al corpo, ma perché si realizzi la concomitanza stabilita ab initio. Difficile da credere? Forse non più che una volizione si faccia legge meccanica, sotto l'ipotesi dualista. 
Il modo canonico di esporre la gerarchia delle monadi è secondo la metafora della luce, quella stessa che il Paradiso dantesco ha nobilitato in letteratura: dalla monade totalmente illuminata, la monade-dio, alla monade correlata alla materia inanimata, mente totalmente buia, priva di attività, e tuttavia, lo stesso, mente: come la nostra, in una notte senza sogni.

Forse è meglio pensarci ancora un po'
Sul versante operativo, un po' di luce ci viene dal tentativo di riprodurre l'intelligenza. Dell'ipotesi del sistema fisico-simbolico s'è detto. All'opposto, chi si è ispirato al cervello come organo è approdato al paradigma connessionista: il cervello è una rete di neuroni, oggetti oltremodo semplici, ma in grado di aggregarsi e interagire generando sistemi di enorme complessità, olisticamente dotati di capacità impensabili come somma delle abilità locali. Il pensiero allora sarebbe il secreto del cervello, senza un modello teorico razionalisticamente precostituito, ma progressivamente determinato nei millenni dalle leggi della selezione naturale. Così, il cervello pensa come lo stomaco digerisce, senza un telos, senza, sopra tutto, alcun intervento della trascendenza. 
Sulla sponda opposta, i cognitivisti si dibattono nell'imbarazzo di spiegare cosa di assolutamente non fisico possa sostanziare il mentale, e come esso possa causare lo spostamente di un chilo per un metro; su questa, un disagio forse non inferiore si avrà a dover sostenere per che soglie e per che pesi si possa realizzare una fuga di Bach, o il conte Ugolino.

LE NAVI E LA PERCEZIONE


"Quando le navi spagnole arrivarono in Sud America gli Indios non le videro arrivare poichè, non avendole mai viste ne potendole concepire, il loro cervello non le percepiva come esistenti. La stessa cosa avviene quando una mente non illuminata si trova davanti una perla di conoscenza, egli semplicemente non la vede, solo la mente illuminata la può vedere." 
di Gandolfo Dominici

sabato 4 giugno 2011

Il vuoto e la realtà secondo la Cabalà.

Il rabbino polacco del XVII secolo Israel ben Eliezer meglio noto come Ba'al Shem Tov riferendosi alla dottrina cabalistica del Tzimtzum diceva che;
“Dio, l’Illimitato, ha attualizzato la limitazione e ha posto in Se stesso il “luogo” per crearvi i mondi”
 Il termine Tzimtzum può essere tradotto con “ limite” o “contrazione". Ce ne parla per primo Isaac Luria rabbino cabalista del XVI secolo per specificare il mistero divino da cui origina la creazione. Secondo la dottrina del Tzimtzum, Dio ritrasse la Luce da una parte di Se stesso generando il vuoto per consentire l’espansione dei mondi e far si che le anime, gli angeli e il mondo fisico potesse esistere.
Tale concezione ha degli interessanti parallelismi con quanto sostenuto dalla moderna fisica quantistica che ci dice chela materia è composta prevalentemente di vuoto e che le stesse particelle non sono entità materiali nel senso che comunemente intendiamo ma sono entità energetiche non determinate e probabilistiche. La scienza noetica ritiene che le “particelle” subatomiche siano in realtà intenzioni, dunque pensieri, costruzioni della mente che diventano determinate solo quando le si ritiene tali.
Per  la Cabalà, Dio, l’Uno assoluto, non ha "parti" è Infinito quindi comprende tutto anche ciò che a noi sembra separato ma che in realtà  sono solo forme apparenti che non si distinguono dalla indivisibile e infinita realtà universale dell’Uno.
Il “luogo” da cui é stata ritratta la Luce perché fosse creato uno spazio per la creazione di tali forme, ma non è cosa scissa dall’Uno.
Dio è dunque paradossalmente concepito come sia trascendente che immanente. Nello Tzimtzum, tale paradosso si riferisce ai seguenti aspetti:
  • Dio ha dovuto “restringere” la sua infinità ritraendo la sua Luce, poiché se non l’avesse fatto l’universo sarebbe stato schiacciato dalla sua totalità e la creazione non sarebbe stata possibile, in tal senso Dio è trascendente;
  • Dio deve comunque mantenere la sua presenza in tutte le cose che senza Dio non potrebbero esistere. Dio è dunque immanente.
 Il rabbino Schneur Zalman of Liadi ci dice:
“La forza vitale Divina, che porta all’esistenza tutte le creature, deve essere costantemente presente al loro interno, per ricrearle e rivivificarle continuamente. Se tale forza vitale venisse a mancare anche per un solo attimo diverrebbe nulla come prima della creazione dell’universo”.
Nella Cabalà il vuoto primordiale si manifesta in Malchut  e diventa  il “ luogo del mondo”. La Luce divina, ritirandosi, ha lasciato nel vuoto il suo “sacro seme” da cui si generano tutte le cose create che costituiscono l’universo.
Dunque ogni cosa dell’universo grande o piccolo è creata ad immagine del cosmo intero; tutto è Uno.
Ogni cosa creata é vuoto vivificato dalla “scintilla divina”, cosi come per la fisica la materia è vuota ed esiste per via di particelle-energia.
In fisica l'Energia di vuoto è un'energia presente in stato latente nello spazio ed è legato ai vorticosi fenomeni di creazione e annichilazione di particelle che si verificano quando si cerca di osservare il vuoto a delle distanze estremamente piccole in cui gli effetti quantistici entrano in gioco in modo decisivo. L'energia del vuoto provoca l'esistenza di tutte le forze fondamentali .
Tale energia può essere vista come il “sacro seme” di Dio che è nascosto nel vuoto di tutto ciò che è creato.
L’intera esistenza e ciò che noi percepiamo come realtà sarebbe dunque un “miraggio” nel vuoto cosmico e dentro la mente di Dio che è l’Uno.
Gli archetipi sarebbero  “simboli” di verità eterne nella mente di Dio.   
La Cabalà definisce, infatti, il creato come Habel con il significato di “vanità” o “illusione” ,
Nel Qoèlet della Bibbia dice:. [I,2] si dice che Salomone esclamò:
“Vanità delle vanità!Ttutto è vano!”.
Lo Zohar Shemoth 10b commenta tale esclamazione:
“In questo libro il re Salomone ha parlato delle sette vanità (Habalim) su cui poggia il mondo; esse sono le sette colonne (sefirotiche dell’Edificio Cosmico) che sorreggono il cosmo nei suoi sette cieli (che da esse derivano), Vilon, Rakija, Sbecbakim, Sebul, Ma’on, Machon, Araboth (nonché nei loro sette effetti terrestri o "sette terre" e infine anche nelle loro tenebre infere o "sette inferni"). E appunto nei confronti di questi che Salomone ha esclamato: "Vanità delle vanità!... Tutto è vano!”. Esistono sette cieli o firmamenti e altri (più profondi piani esistenziali) che (essi pure con una divisione settenaria) derivano da quelli e con essi rimangono uniti, sicché si danno sette vanità (fondamentali) e altre ancora che derivano da esse (e tutte insieme formano la “grande illusione” del “secondo”; in realtà, dell’‘Uno senza secondo”).Nella sua saggezza, Salomone ha parlato di tutte queste illusioni (nonché dei loro archetipi e cause, cioè delle sette Sephirot dell’Edificio Cosmico”.

 Le sette Sephirot cosmologiche sono i principi primordiali della “grande illusione “, sono le vanità. Esse sono illusioni, nel senso di possibilità (e anche qui è possibile un collegamento con la fisica quantistica) o potenziali della creazione, che trasmettono l’illusione dell’ “altro”.
Leo Schaya ci fa notare che:
“L’Ecclesiate (Qoèlet) dice che la vanità si trova “ sotto il sole”, cioè sulla terra. Il sole, infatti, e l’immagine di Tiphereth che unifica in se stessa le sei Sephiroth attive; la “ terra”, invece, è il simbolo di Malchuth, la Sephirah ricettiva e sostanziale dell’Edificio Cosmico: soltanto in essa, cioè nella inabitazione di Dio, si forma, perdura e svanisce l’illusorio “miraggio” del cosmo”. 2
A riguardo lo Zohar Tikkune dice:
“Per questo al principio della storia della creazione (nella Sacra Scrittura) si parla soltanto di Elohim (“Dei", indica l’unita del potere creatore immanente), che indica la Shechinah (immanenza di Dio, mentre non si fa menzione di JHVH, cioè della trascendenza divina). Tutto ciò che è stato creato, dalle Chajoth e dai Seraphim (gli angeli superiori) fino al più piccolo verme della terra, vive in Elohim e in virtù di Elohim. La creazione è l’opera della Shechinah, che si prende cura di essa come una madre dei propri figli”.
L’universo è dunque illusorio esternamente ma internamente è reale poiché contiene Dio.
La creazione è illusione dell’esistenza di “altro”, ma intimamente è Uno.
E’ allo stesso tempo illusione di pienezza e essenza di vuoto, parvenza transitoria  ed essenza eterna. Lo stesso vuoto è ritrazione della Luce ma non di Dio che è Eterno Nulla. Allo stesso modo la fisica ci dice che la materia è illusione di pienezza ma che è essenzialmente vuota, ci dice che esiste ma allo stesso tempo è nulla.
La “vanità” delle cose consiste sostanzialmente nella loro vuotezza, che si tramuta illusoriamente in sostanza e corpo. Tale vuoto è però anche specchio che riflette l’essenza del reale. Tale specchio è composto dalle espressioni simboliche degli archetipi eterni, che come in Platone sono ponti verso la realtà vera dell’Uno.

(di Gandolfo Dominici)

Note e Fonti:
1 - The Tanya of Rabbi Schneur Zalman of Liadi, spiegato da Rabbi Yosef Wineberg, Kehot Publication Society (http://www.chabad.org/library/tanya/tanya_cdo/aid/7988/jewish/Chapter-2.htm)
2- Leo Shaya – L’Uomo e l’Assoluto second la Cabala – Rusconi – 1999 – p.86 
- Rabbi Moshe Miller, The Great Constriction, kabbalaonline.org

mercoledì 1 giugno 2011

Cabalà, cervello umano e comprensione della realtà

La moderna neurologia ci dice che i due lobi cerebrali dell'uomo sono i luoghi dove avvengono le due diverse modalità di pensiero, le due diverse vie di interpretazione della realtà.
Ciò che la scienza oggi ci svela corrisponde in maniera interessante con quanto riportato nella dottrina cabalistica già da diversi secoli.

Nello Zohar e in altri manoscritti esoterici  ebraici,  troviamo che il cervello è denominato  "mochin", che è un sostantivo plurale traducibile letteralmente come:  "i cervelli".
In termini cabalistici si distingue tra si tratta di Chokhmà(Sapienza) e Binà (Intelligenza).

Chokhmà (la seconda Sephirot) ha sede nel lobo destro: è la luce dell'intuizione che rischiara l'intelletto, è il punto in cui il super-conscio sfiora il conscio, il seme dell'idea, dell’innovazione. Chokhmà è anche la capacità di tollerare il paradosso e di ponderare n in modo non-lineare e simultaneo prescindendo dalle regole logica.  In questo emisfero del cervello, trovano la loro collocazione i pensieri riguardanti simboli, miti e paradossi, che prescindono dalla razionalità empirica.  Il pensiero derivante da Chokmà non è esprimibile mediante il liguaggio.

Binà (la terza Sephirot) ha sede invece nell’emisfero sinistro del cervello umano. In Binà prendono forma i semi delle idee concepiti da Chokhmà. Binà è la sede del pensiero logico, razionale. E’ la facoltà di di dare forma comunicabile e concretezza, seguendo schemi logici, al pensiero derivante da Chokhmà.
Binà a differenza di Chokhmà può essere comunicato con il linguaggio. E’ dunque grazie ad esso che le idee svelate da Chokhmà vengono assimilate trasmesse e comunicate, per potere essere tramutate in opere.

Non è facile raggiungere e mantenere l’equilibrio tra i due cervelli, ognuno di noi tende a prediligere l’uso di uno o dell’altro degli emisferi.
Al riguardo la Cabalà (ma non la scienza) parla anche di un terzo cervello posto a metà strada tra i due, chiamato Da'at, o Conoscenza unificante.
Di Da’at parlano solo alcuni cabalisti come undicesima Sephirot “invisibile” e unificante.
Poiché non è possibile all’intelletto umano raggiungere Keter (la volontà prima, il Principio supremo del divino),  Da’at rappresenta la conoscenza conoscibile dall’intelletto umano. Essa unifica i due diversi modi di comprendere il mondo poiché essi sono complementari e vicendevolmente necessari per la piena comprensione della realtà.
Da’at è invisibile pertanto non è possibile per la scienza individuare un organo fisico dove essa risisede. In Da’at vi è l’intuizione del legame che collega tutti le percezioni della realtà comprendendola come essenzialmente unita nel Tutto.

Si parla spesso oggi di costruzione di computer in grado di emulare l’intelletto umano.
A mio parere un super-computer fantascientifico potrà sicuramente emulare Binà, ritengo improbabile che possa emulare Chokhmà e penso che nessuna macchina o computer potrà mai concepire l’invisibile Da’at così come l’uomo non può arrivare a Keter. 

(di Gandolfo Dominici)